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Repubblica — 25 maggio 2004 pagina 2 sezione: ROMA

Si chiamerà «55 Avenue», si estenderà su 15.500 metri quadrati articolati in sei piani, tre destinati a commercio, compreso l’ ipermercato Conad-Le Clerc di 5.400 metri quadrati, e tre al parcheggio gratuito sotterraneo con 1000 posti macchina. Il tutto, in acciaio e pannelli di vetro satinati. E’ il nuovo centro commerciale che aprirà nel maggio del 2005 al quartiere Corviale-Casetta Mattei, progettato dalla società francese Altarea (gruppo francese specializzato nel mercato dei centri commerciali in un’ ottica di recupero dei centri urbani, come il Bercy Village di Parigi, esempio di restauro conservativo di un sito storico con l’ inserimento di negozi e attività ludiche) e realizzato in partnership con Di Veroli. Il progetto è stato illustrato nella sede parigina di Altarea dal presidente Alain Taravella e dall’ amministratore delegato Ludovic Castillo. «Il centro commerciale è firmato dall’ architetto Valode et Pistre – ha spiegato Taravella – uno dei dieci architetti più importanti della Francia. L’ intervento si va ad inserire in un punto di grande accessibilità, con un bacino d’ utenza di 300mila abitanti, dove però non esiste un’ offerta concreta di servizi. Per la nuova piazza commerciale verrà strutturata anche la nuova strada di collegamento con la via Ostiense».

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Repubblica — 16 marzo 2007 pagina 3 sezione: ROMA

Corviale, Tormarancia, Quarticciolo, Primavalle: sono le borgate romane che usufruiranno dei circa 30 milioni di euro per interventi di recupero e riqualificazione urbana previsti dal protocollo di intesa firmato ieri dal ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro e dal presidente della Regione Pietro Marrazzo. Sono progetti di risistemazione urbanistica “diffusa” – nuove aree verdi, rifacimenti stradali e fognari, ripristini di edifici degradati – tra i quali però spicca il progetto di realizzare all’ interno di Corviale anche una sede distaccata della Facoltà di Architettura della Sapienza. Il documento contiene 16 “contratti di quartiere” per interventi in zone degradate. Oltre ai quartieri romani, nel pacchetto laziale, con uno o più interventi, Alatri Monterotondo, Frosinone, Bagni di Tivoli, Latina, San’ Oreste, Albano Laziale, Civita Castellana e Rieti. L’ importo complessivo del cofinanziamento Ministero-Regione è di 135 milioni di euro, di cui il 65% a carico del Ministero e il 35% a carico della Regione. I comuni hanno 150 giorni per predisporre la progettazione esecutiva delle opere pubbliche e il programma esecutivo della sperimentazioni. Si comincerà a costruire entro 12 mesi dalla firma del protocollo. L’ accordo, ha detto il presidente Marrazzo, «è la testimonianza che quando la filiera istituzionale ha una profonda sinergia i cittadini possono poi vedere i risultati concreti. Oggi questo è accaduto». Per quanto riguarda gli interventi a Roma, nel quartiere Primavalle-Torrevecchia saranno tra l’ altro demoliti e ricostruiti edifici di proprietà dell’ Ater. A Corviale sono previste anche ristrutturazioni di locali non residenziali e interventi di arredo nel verde pubblico. A Tormarancia, oltre ad altri interventi dei complessi edilizi di proprietà dell’ Ater, sarà realizzato un asilo nido e una scuola di infanzia. Anche al Quarticciolo edifici dell’ Ater saranno risanati. Il presidente della Commissione Lavori Pubblici della Regione, Giovanni Carapella, spiega che gli interventi non finiranno qui: «Verranno costruiti 150 nuovi alloggi in parte da destinare alle Forze dell’ ordine, ai quali si sommano altri interventi più modesti. E oltre 2000 alloggi saranno inoltre oggetto di ristrutturazione. I nuovi Contratti di Quartiere si caratterizzano come un intervento equilibrato che coinvolge in eguale misura Roma e il territorio regionale; sono una metodologia innovativa per l’ urbanistica del Lazio, un mix ideale tra interventi di manutenzione edilizia sul patrimonio residenziale pubblico (case comunali e case dell’ Ater) e riqualificazione degli spazi urbani finalizzata al miglioramento della vivibilità e dell’ immagine stessa dei quartieri».
– RENATA MAMBELLI

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Repubblica — 09 giugno 1999 pagina 3 sezione: ROMA

BLOCCANO la strada per potestare contro i ritardi dell’ Atac. Una folla inferocita da oltre novanta minuti in attesa del “98”, ha “sequestrato” quattro vetture arancioni, sopraggiunte tutte contemporaneamente. La manifestazione spontanea è avvenuta, ieri mattina, pochi minuti dopo le nove a via di Bravetta. Sotto accusa la linea che collega il Corviale a via Paola, una traversa di corso Vittorio. I quattro bus sono rimasti fermi per quasi un’ ora. Sul posto, oltre ai controllori dell’ Atac, sono intervenuti gli agenti del commissariato Monteverde. I vigili urbani, per l’ intasamento provocato su via di Bravetta, hanno dovuto disporre alcune deviazioni del traffico. Poi, gli agenti sono riusciti a calmare le persone e i bus sono, finalmente, partiti. I controllori nel frattempo avevano spiegato agli utenti che i ritardi erano stati causati dal guasto a catena dei quattro bus, rimasti fermi lungo il percorso. Sulla protesta degli utenti del “98” è intervenuto il deputato Verde Paolo Cento che ha sottolineato come troppo spesso gli abitanti delle periferie siano costretti a subire i disagi dovuti alla manzanza di serivizi di primaria importanza. “La protesta spontanea dei cittadini non deve essere sottovalutata dal presidente dell’ Atac” incalza il parlamentare ambientalista “deve costituire l’ occasione per potenziare i collegamenti tra questi quartieri e il resto della città”. “Gli abitanti di Corviale, Bravetta e Casetta Mattei” aggiunge Cento “sono stati infatti penalizzati dalla ristrutturazione dei collegamenti e per loro è spesso difficilissimo sia raggiungere il tram Casaletto-Largo Argentina, sia la sede circoscrizionale”. Il deputato ha anche sottolineato come l’ Atac stia, in effetti, migliorato il servizio: “I fatti di questa mattina, però, dimostrano che è necessaria un’ ulteriore verifica sulle linee che servono questi quartieri e un potenziamento della loro frequenza per evitare che situazioni di disagio si possano ripetere nei prossimi mesi”. Immediata la replica dell’ Atac. “Ai cittadini vanno le nostre doverose scuse. La loro è stata una protesta comprensibile” spiegano alla direzione di via Volturno “però ha aggravato ulteriormente i disagi per altre e più numerose persone che stavano aspettando anche loro alle altre fermate”. Sui guasti a catena, che, nel giro di poche ore, hanno messo ko i quattro bus della linea “98” è stata diposta un’ inchiesta. Le vetture sono state rimorchiate al deposito della Magliana e sottoposte alle verifiche tecniche. “Vogliamo essere sicuri di quello che è successo. Quattro guasti in un’ ora sono davvero troppi e a dir poco sospetti” precisano dall’ Atac “Da un punto di vista statistico, infatti, solo il venti per cento delle corse sopresse dipende da colpe interne l’ azienda, tra cui guasti, assenze improvvise di conducenti e altri disservizi. I motivi interni incidono mediamente con la perdita di una corsa su cinque”. Nel ‘ 97 il totale delle corse saltate ha raggiunto quota 101.873 mentre nel primo trimeste del ‘ 99 sono già 62.717: pari a cinquecentotrenta chilometri in meno. Secondo l’ Atac l’ ottanta per cento dei ritardi è dovuto a “cause esterne”: “Soprattutto ingorghi, cantieri e scioperi e, in misura minore, per i servizi messi a disposizione dei tifosi e dell’ autorità di pubblica sicurezza”. – di MARINO BISSO

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Il progetto Salingaros: borgo tradizionale, parco e duemila abitazioni. È il progetto del gruppo Salingaros realizzato dell’architetto Ettore Mazzola, professore alle università di Notre Dame e di Miami

Il Tempo, 9 maggio 2010
http://iltempo.ilsole24ore.com/roma/cronaca_locale/roma/2010/05/09/1156959-corviale_stile_garbatella.shtml
di Dario Martini

Corviale Il nuovo Corviale rinascerà in stile Garbatella. Un borgo tradizionale che si ispira alla scuola architettonica romana degli anni Venti. È il progetto del gruppo Salingaros realizzato dell’architetto Ettore Mazzola, professore alle università di Notre Dame e di Miami. L’assessore regionale alla Casa, Teodoro Buontempo, ha lanciato l’amo: demoliamo il Serpentone e ricostruiamo un quartiere a misura d’uomo. Per essere solo all’inizio, pare abbia funzionato. Dopo l’architetto Cristiano Rosponi, che ha rispolverato un progetto del 1997, sponsorizzato all’epoca dal consigliere regionale (oggi deputato) Fabio Rampelli, stavolta sono il collega Mazzola e il gruppo Salingaros a mettere nero su bianco la loro idea. Se Rosponi pensava a una «città giardino», Mazzola propone un «borgo collinare diviso in corti». Le case «si ispireranno al lotto numero otto della Garbatella». O per fare un altro esempio alle abitazioni di Largo Magna Grecia. Mazzola vuole essere chiaro: «Sarà quanto di più romano esiste».

La parte centrale del nuovo quartiere sarà dedicata alle abitazioni e ai negozi, tutto intorno un grande parco (nella foto al centro la bozza del progetto). Gli edifici saranno alti massimo cinque piani. I negozi si troveranno al piano terra con affaccio sulle strade. Ci saranno parcheggi privati e pubblici. Ma anche un cinema-teatro, un ufficio postale, una sede del Municipio, una chiesa e le scuole con annessi campi sportivi. Non ci saranno solo case popolari. Le abitazioni andranno da 50 a 140 metri quadri. In tutto duemila alloggi e più di 200 palazzine. Ogni corte avrà un giardino dedicato ai più piccoli con giochi e giostre. I lavori interesseranno un’area di circa 30 ettari.

«All’incirca il doppio dell’attuale Serpentone», spiega Mazzola. Il gruppo Salingaros pensa alla possibilità di utilizzare il premio cubatura del 40% previsto dalla legge regionale sul Piano Casa per chi demolisce e ricostruisce in periferia. L’abbattimento del Serpentone non avverrà tutto in una volta. Come Rosponi, anche Mazzola ha pensato a una demolizione per fasi (sei in tutto). Mano a mano che si costruiscono le nuove abitazioni i residenti inizieranno a trasferirsi. «Per essere realisti ci vorranno al massimo cinque anni per vedere nascere il nuovo quartiere. Le tecniche attuali permettono di costruire con altissima velocità», prevede l’architetto dell’University of Notre Dame.

Il progetto non prevede grandi cambiamenti della viabilità attuale che verrà integrata nel nuovo quartiere. Anche sul costo della demolizione Mazzola e Rosponi concordano: «Servono circa 20 milioni» (compresa la demolizione dei detriti). L’impatto visivo, per chi è abituato a convivere ogni giorno con il mostro di cemento, è assicurato. «Il cemento a vista tipico dell’architettura brutalista scomparirà – spiega Mazzola – Saranno utilizzati materiali come mattoni, pietre, calci, intonaci ed eventualmente anche il legno. Tecniche di costruzione che costano meno e garantiscono una durata maggiore. Si tratta di metodi tradizionali ed efficaci. Basta guardare agli edifici di Testaccio che in cento anni non sono mai stati restaurati».

In questo modo si dovrebbe risparmiare anche sulla manutenzione visto che l’attuale casermone lungo un chilometro richiede costi molto alti. Gli svantaggi li spiega lo stesso Mazzola: «I pannelli di cemento si deteriorano, a contatto con l’acqua, infatti, si verifica la carbonatazione delle molecole che mangia i ferri all’interno». E mentre gli architetti dibattono sul modo migliore di riqualificare Corviale, la politica si divide. Destra e sinistra si trovano su due posizioni diametralmente opposte. Se Buontempo mira a riconvertire il quartiere, abbattendo l’alveare umano e dando ai residenti case più vivibili, Esterino Montino lo ritiene un intervento inutile. Il capogruppo del Pd alla Pisana è ironico: «Aspettiamo con ansia che Buontempo arrivi nel centro di Roma, magari gli verrà in mente di abbattere anche Palazzo Venezia».

Al di là delle battute la posizione del centrosinistra è chiara: nessuna demolizione, lavoriamo sull’esistente. Il segretario regionale del Pd, Alessandro Mazzoli, tira fuori anche una consultazione popolare: «La gente di Corviale in un recente sondaggio si è detta in larghissima maggioranza contraria alla demolizione della struttura». Anche se la maggiore preoccupazione dei residenti proviene dalla paura di dover aspettare anni e anni prima di riavere una casa. Timore fugato dai due progetti presentati fino ad ora, quello di Rosponi sponda Rampelli e quello di Mazzola per conto del gruppo Salingaros: prima si penserà a costruire, poi a demolire. E mentre la politica litiga, un passo in avanti però è stato fatto. Due progetti sono già stati messi sul tavolo.

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Abbattere Corviale? Meglio la rigenerazione della proposta Buontempo

Non ha fatto ancora in tempo a insediarsi da nuovo assessore alla casa della regione Lazio che già Teodoro Buontempo, politico di lungo corso della destra estrema, ha cominciato a sparare le sue cartucce. Primo colpo: abbattere il Corviale. Non che l’idea sia nuova, per carità. Quasi un must per un neoassessore. Un eco a quanto era accaduto nell’aprile del 2008 quando il sindaco Gianni Alemanno appena arrivato in Campidoglio aveva annunciato di voler demolire la teca dell’Ara Pacis.

Ma per rigenerare il Corviale, quel serpentone lungo un chilometro e alto nove piani, progettato negli anni ’70 come modello di edilizia residenziale pubblica e divenuto poi luogo di degrado sociale e edilizio, uno scenario di trasformazione realistico già c’è. Dopo anni di dibattito politico e ideologico, l’Ater ha approvato infatti il progetto esecutivo di un intervento di micro-densificazione che prevede la ristrutturazione con cambio di destinazione d’uso dei locali del 3°, 4° e 5° piano che Mario Fiorentino, architetto che aveva coordinato la progettazione del serpentone, aveva pensato come livelli liberi per attività artigianali, studi professionali e negozi, per tutta la lunghezza dell’edificio.

Il progetto è firmato dai quarantenni romani di T studio: è un intervento da 5 milioni di euro che riabilita a nuova vita quegli spazi dove i servizi non sono mai stati realizzati e che dieci anni dopo la costruzione sono stati occupati in modo abusivo. Un lavoro di micro-chirurgia in alternativa alla demolizione e costruzione. «Diventerà un piano verde – ha spiegato Guendalina Salimei di T studio – contiamo di ricavare nuovi alloggi con tipologie e metrature diverse, proponendo soluzioni sperimentali che integrano un sistema impiantistico che aumenta l’efficienza energetica, riqualificano gli spazi con la presenza di ballatoi e giardini d’inverno e la qualità complessiva sarà migliorata anche grazie all’uso del colore e al disegno degli interni».

Dopo anni di dibattito, di idee progettuali per abbattere o frazionare puntualmente la lunga stecca residenziale, ma anche di azioni di progettazione partecipata, si riaccendono i fari sul Corviale. «A prescindere da ragioni ideologiche – ha dichiarato l’assessore all’Urbanistica del comune di Roma Marco Corsini – ritengo che il Corviale sia un corpo edilizio che può diventare esempio di un processo di rigenerazione urbana. Se la Regione vuole intervenire può farlo trovando le misure opportune anche con il contributo dei privati a cui potrà offrire premi di cubatura. Fino a oggi la battaglia pro e contro la demolizione è stata ideologica, oggi l’Ater che è proprietaria del bene può impiegare la leva del comando e della finanza per agire».

In Italia gli edifici sotto i riflettori perché oggetto di degrado e abbandono sono numerosissimi, dalle Vele di Scampia alle torri di Leonardo Benevolo a Brescia, dai quartieri Erp di Reggio Emilia, agli edifici di via Artom a Torino sino al “bronx” di via Anelli a Padova. Ecomostri o strutture vuote e degradate difficilmente comparabili tra loro, ma tutte bisognose di un rinnovamento edilizio.

Si demolisce e ricostruisce quando gli interventi sono di scarsa qualità, quando il costo di gestione non è più sostenibile, quando gli edifici consumano troppo o sono elemento di degrado per le periferie. Ma esiste anche una via alternativa. «Da oltre trentanni in un paese vicino al nostro, in Francia, è in atto una politica di remodelage urbano – ha spiegato Carlo Prati, autore con Cecilia Anselmi del volume “Upgrade architecture” edito da Edilstampa (Ance) – e dopo aver spinto inizialmente per l’abbattimento di 200mila alloggi per ricostruirne altrettanti, dal 2004 la Francia ha iniziato a riflettere su un’alternativa sposando la linea della trasformazione al posto della demolizione. Abbattere è una semplificazione del problema, un buon progetto può dare una valore aggiunto a quello che già c’è».

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Il Tempo, 5 maggio 2010
http://iltempo.ilsole24ore.com/roma/cronaca_locale/roma/2010/05/05/1155508-esco_casa_anni.shtml

«Mi chiamo Maria Pira. Ho 61 anni. Vivo in prigione da dieci». Per gli amici, quei pochi che hanno il coraggio di salire al quarto piano del Serpentone, è Mara. È una delle abusive di Corviale. Prima della sua porta c’è un cancello chiuso da un lucchetto. Solo in alcuni momenti dell’anno viene aperto e richiuso velocemente. La casa è una cucina con un tavolino e un bagno. C’è un frigo. C’è anche la tv e un vaso con un mazzo di margherite finte. «Mi hanno cacciata da Primavalle. Poi sono venuta qui dieci anni fa. Sono abusiva». Da quel giorno Mara ha deciso di non uscire mai di casa. O quasi: «Ho paura che qualcuno la occupi al posto mio. Esco solo per andare a prendere la pensione di invalidità». Si accende una sigaretta. La pensione da 700 euro le dà modo di mantenere qualche vizio. Prima faceva la baby sitter: «Mi occupavo dei bimbi degli altri che abitano qui. Le mie due figlie, invece, mi hanno abbandonata. La vita qui è brutta. Mi sento in galera. Mi sento disprezzata. La gente ci butta l’immondizia addosso. Ma io non me ne vado».

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Via i camminamenti, alloggi nuovi nei locali occupati. Secondo l’ultimo censimento al quarto piano del Serpentone ci sono 170 famiglie abusive. I bandi di gara sono già pronti, si attende il via libera.

Il Tempo, 6 maggio 2010
http://iltempo.ilsole24ore.com/roma/cronaca_locale/roma/2010/05/06/1155898-dall_ater_milioni_rattoppare_corviale.shtml
di Dario Martini

Roma, il complesso di Corviale Ci sono 23 milioni già pronti per ridisegnare il Nuovo Corviale. Da un lato la «bonifica» del quarto piano, quello degli abusivi. Dall’altro la divisione del Serpentone in tante palazzine. Mentre amministratori e architetti dibattono sulla proposta dell’assessore regionale alla Casa, Teodoro Buontempo, di abbattere tutto e ricostruire, l’Ater ha già preparato gli avvisi di gara per la riqualificazione del mostro di cemento. Il presidente dell’azienda per l’edilizia residenziale, Luca Petrucci, è scettico sull’ipotesi demolizione: «Sarebbe meglio sperimentarla da un’altra parte.

Nel Serpentone ci sono 1.202 alloggi più circa 170 famiglie abusive. Abbattere tutto produrrebbe un impatto sociale tremendo. Dove le mettiamo tutte quelle persone?». Per non parlare della montagna di cemento che ci sarebbe da smaltire: «Ho fatto fare uno studio ai miei tecnici per capire dove potremmo mettere tutte le macerie – dice Petrucci – Venti milioni servirebbero solo per quello». È per questi motivi che l’Ater preferirebbe «non deludere le aspettative dei cittadini che attendono la riqualificazione da anni». Anche se, al giorno d’oggi esistono tecniche di demolizione e ricostruzione all’avanguardia. «In altri Paesi come la Francia e l’Inghilterra lo hanno già fatto. Ma su edifici di dimensione ridotta – spiega Petrucci – utilizzando la biodelizia, ad esempio il legno lamellare, si può fare tutto in otto mesi».

Al momento i due progetti di riqualificazione sono congelati. L’Ater vuole capire se l’ipotesi abbattimento andrà veramente in porto. In caso contrario i bandi sono dietro l’angolo. Dei 23 milioni già stanziati, 6 sono stati messi a disposizione dallo Stato nel 1993. «Erano impantanati lì da anni senza motivo», spiega Petrucci. Questi soldi servirebbero per la trasformazione del quarto piano, dove oggi ci sono i locali occupati dagli abusivi (secondo l’idea originaria avrebbero dovuto ospitare negozi, ambulatori, laboratori artigianali, studi professionali, farmacie e altri servizi). Qui verrebbero ricavati i nuovi appartamenti.

Secondo l’ultimo censimento di quest’anno effettuato dall’Ater, le famiglie che hanno occupato sono 170. Gran parte potranno sanare la loro posizione e poter rientrare nelle nuove abitazioni. Durante il periodo dei lavori (che dovrebbero aggirarsi sui due, al massimo tre anni) queste persone sarebbero accolte in residence o alloggi messi a disposizione dal Comune. Gli altri 17 milioni, stanziati dalla Regione durante l’era Storace, servono per la cosiddetta «verticalizzazione». In parole povere si tratta di dividere il Serpentone in tante palazzine eliminando i camminamenti. Non più, quindi, un unico blocco di cemento, ma tanti edifici separati. A questo punto la decisione da prendere è una.

Riqualificare il Serpentone o ricostruirlo ex novo. Di sicuro serve un intervento che elimini una volta per tutte i problemi che si trascinano da anni. Le cose che non vanno sono molte. Ad esempio, gli ascensori che si rompono in continuazione. Ogni giorno, infatti, quattro tecnici dell’Ater vengono chiamati per riparare i danni. «Alle 14 sono funzionanti, la mattina dopo sono di nuovo rotti – si sfoga Petrucci – i comitati dei residenti hanno sporto denuncia proprio per porre fine a questi atti vandalici». Ma perché c’è qualcuno che manda in tilt gli ascensori? «C’è qualcuno che non vuole che arrivino ai garage», dice Petrucci. Nei garage, come nelle cantine, di notte fanno capolino gli spacciatori. Arriva la droga, si fermano gli ascensori.

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Dibattito tra i residenti sulla proposta di demolire l’alveare di cemento. I favorevoli: “Disposti a ricominciare”. I contrari: “Meglio pensare a eliminare il degrado”.

Il Tempo, 5 maggio 2010
http://iltempo.ilsole24ore.com/roma/cronaca_locale/roma/2010/05/05/1155509-corviale_divide.shtml
di Dario Martini

«Credo più alla fine del mondo nel 2012 che all’abbattimento del Serpentone». Gianfranco Giavalisco abita nel Nuovo Corviale da 27 anni. Di demolire tutto e ricostruire ne sente parlare da 20. E ha perso la fiducia. La proposta dell’assessore alla Casa, Teodoro Buontempo, è sulla bocca di tutti. Ci sono i favorevoli e ci sono i contrari. Difficile trovarsi d’accordo. I due fronti si osservano da barricate opposte. Su una cosa sola il giudizio è unanime: «Sono chiacchere, le sentiamo da troppo tempo, non si farà mai nulla».

Convivere con l’anaconda di cemento non è facile. C’è chi ha adottato un manuale di sopravvivenza molto semplice: «Basta avere i paraocchi e non guardarsi intorno. Io faccio così. Una volta che ho chiuso la porta di casa va tutto bene». È la filosofia di Marcello, nella vita cameraman, inquilino del Serpentone da 28 anni. Dalla prima infornata del 1982, quando l’alveare umano iniziò a prendere forma. La sua casa si trova a largo Fedi, al secondo piano del quinto lotto. Marcello però spera: «Se davvero riuscissero a riqualificarlo sarebbe un bene. Intanto potrebbero pulire di più. Le scale sono inguardabili, c’è di tutto: cartacce, materassi, sigarette». I residenti ammassati nei due palazzi lunghi un chilometro per nove piani di altezza («le stecche») tirano avanti così: basta non farci caso. Ma c’è anche chi è pessimista. Come Santo, che vive qui dal 1987: «La verità è una sola. Questo posto è incontrollabile». La soluzione? «Si può anche tirare giù tutto e poi ricostruire. Ma potrebbero anche levare qualche piano. Abbassare il palazzo e spostare una parte degli appartamenti. Di terra dove costruire ce n’è tanta». Un’eventualità che invece fa rabbrividire Carmela Calderella, inquilina del Nuovo Corviale da 24 anni: «Non c’è alcun bisogno di abbattere le case. Siamo tutta brava gente, ognuno ha la sua vita. E poi dove dovremmo andare?».

È proprio questa la domanda che terrorizza la maggior parte dei residenti. Senza contare che c’è anche un altro ostacolo da superare: i sentimenti. Lo spiega Giuseppe Gagliano, anche lui un assegnataro del glorioso 1982: «È tanto tempo che vivo qui, ci sono affezionato. Ho i miei ricordi. Se decidono di abbattere io vengo giù con la casa. È vero, sopra di me ci sono gli abusivi, ma non me ne frega niente. Non fanno nulla di male. Sì, non pagano la luce, ma io sto bene». Ma c’è anche chi non è d’accordo. Claudia (il cognome preferisce non dirlo per paura di ritorsioni) non ne può più: «Un anno fa ho scoperto che gli abusivi del quarto piano si erano allacciati ai miei fili della corrente sotto le scale. Il contatore era impazzito. Così ho chiamato i tecnici e ho scoperto che mi stavano succhiando l’energia».

Il quarto piano è sicuramente il problema maggiore. Secondo l’idea originaria avrebbe dovuto ospitare negozi, ambulatori, laboratori di artigiani, studi professionali e farmacie. E invece è il regno degli abusivi. Centinaia di famiglie che hanno occupato non appena ne hanno avuto la possibilità. Alessandra è una di loro. Vive qui da 20 anni, al quarto piano del quarto lotto. Deve mantenere due figli. Dal soffitto pendono i tubi dell’acqua degli appartamenti del piano di sopra. «Ogni tanto si allaga tutto. C’è un’umidità incredibile. L’Ater ci aveva detto che avrebbe fatto i lavori. Ancora meglio se ci danno una casa nuova». Monica abita al piano di sopra. Il suo alloggio è assegnato regolarmente. Non ce l’ha con chi ha occupato: «Non è facile vivere nelle loro condizioni. Non mi parrebbe vero se ci dessero dei palazzi decenti. Gli ascensori sono rotti, i citofoni pure. I topi girano tra i rifiuti». Ma anche lei è preoccupata: «Parlano di demolire e ricostruire. Ma lo sanno che siamo migliaia? Nel frattempo, hanno un’idea di dove metterci?».

«Credo più alla fine del mondo nel 2012 che all’abbattimento del Serpentone». Gianfranco Giavalisco abita nel Nuovo Corviale da 27 anni. Di demolire tutto e ricostruire ne sente parlare da 20. E ha perso la fiducia. La proposta dell’assessore alla Casa, Teodoro Buontempo, è sulla bocca di tutti. Ci sono i favorevoli e ci sono i contrari. Difficile trovarsi d’accordo. I due fronti si osservano da barricate opposte. Su una cosa sola il giudizio è unanime: «Sono chiacchere, le sentiamo da troppo tempo, non si farà mai nulla».Convivere con l’anaconda di cemento non è facile. C’è chi ha adottato un manuale di sopravvivenza molto semplice: «Basta avere i paraocchi e non guardarsi intorno. Io faccio così. Una volta che ho chiuso la porta di casa va tutto bene». È la filosofia di Marcello, nella vita cameraman, inquilino del Serpentone da 28 anni. Dalla prima infornata del 1982, quando l’alveare umano iniziò a prendere forma. La sua casa si trova a largo Fedi, al secondo piano del quinto lotto. Marcello però spera: «Se davvero riuscissero a riqualificarlo sarebbe un bene. Intanto potrebbero pulire di più. Le scale sono inguardabili, c’è di tutto: cartacce, materassi, sigarette». I residenti ammassati nei due palazzi lunghi un chilometro per nove piani di altezza («le stecche») tirano avanti così: basta non farci caso. Ma c’è anche chi è pessimista. Come Santo, che vive qui dal 1987: «La verità è una sola. Questo posto è incontrollabile». La soluzione? «Si può anche tirare giù tutto e poi ricostruire. Ma potrebbero anche levare qualche piano. Abbassare il palazzo e spostare una parte degli appartamenti. Di terra dove costruire ce n’è tanta». Un’eventualità che invece fa rabbrividire Carmela Calderella, inquilina del Nuovo Corviale da 24 anni: «Non c’è alcun bisogno di abbattere le case. Siamo tutta brava gente, ognuno ha la sua vita. E poi dove dovremmo andare?».

È proprio questa la domanda che terrorizza la maggior parte dei residenti. Senza contare che c’è anche un altro ostacolo da superare: i sentimenti. Lo spiega Giuseppe Gagliano, anche lui un assegnataro del glorioso 1982: «È tanto tempo che vivo qui, ci sono affezionato. Ho i miei ricordi. Se decidono di abbattere io vengo giù con la casa. È vero, sopra di me ci sono gli abusivi, ma non me ne frega niente. Non fanno nulla di male. Sì, non pagano la luce, ma io sto bene». Ma c’è anche chi non è d’accordo. Claudia (il cognome preferisce non dirlo per paura di ritorsioni) non ne può più: «Un anno fa ho scoperto che gli abusivi del quarto piano si erano allacciati ai miei fili della corrente sotto le scale. Il contatore era impazzito. Così ho chiamato i tecnici e ho scoperto che mi stavano succhiando l’energia».

Il quarto piano è sicuramente il problema maggiore. Secondo l’idea originaria avrebbe dovuto ospitare negozi, ambulatori, laboratori di artigiani, studi professionali e farmacie. E invece è il regno degli abusivi. Centinaia di famiglie che hanno occupato non appena ne hanno avuto la possibilità. Alessandra è una di loro. Vive qui da 20 anni, al quarto piano del quarto lotto. Deve mantenere due figli. Dal soffitto pendono i tubi dell’acqua degli appartamenti del piano di sopra. «Ogni tanto si allaga tutto. C’è un’umidità incredibile. L’Ater ci aveva detto che avrebbe fatto i lavori. Ancora meglio se ci danno una casa nuova». Monica abita al piano di sopra. Il suo alloggio è assegnato regolarmente. Non ce l’ha con chi ha occupato: «Non è facile vivere nelle loro condizioni. Non mi parrebbe vero se ci dessero dei palazzi decenti. Gli ascensori sono rotti, i citofoni pure. I topi girano tra i rifiuti». Ma anche lei è preoccupata: «Parlano di demolire e ricostruire. Ma lo sanno che siamo migliaia? Nel frattempo, hanno un’idea di dove metterci?».

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Repubblica — 04 settembre 2004 pagina 7 sezione: ROMA

Facevo la seconda media e il professor Scaramuzzino, educazione tecnica, mi parlò per la prima volta di Corviale. Me ne parlò come alle medie si parla del Mesozoico, di Marco Polo o della Via Lattea: un oggetto distante, quasi mitologico. Un palazzo enorme che era già rovina al momento della sua inaugurazione. Dev’ essere per questo motivo che la prima volta che mi sono avvicinato a Corviale, per curiosare non per altro, mi sono sentito un po’ colpevole. Mi pensavo un po’ come uno di quei giapponesi che allungano il percorso del tour organizzato e da San Pietro arrivano fin qui, per passare col pullman davanti al monstrum, al palazzo lungo un chilometro, al Serpentone, alla Navicella Spaziale, al Transatlantico, al Colosso. è davvero innegabile l’ attrattiva che esercita questo gigante edilizio adagiato sulle colline del Portuense, un’ attrattiva che riassume in sé lo spaesamento di non poter abbracciarlo con lo sguardo, il fascino kantianamente sublime della massa sterminata di cemento, e anche quella seduzione tutta contemporanea per l’ estetica del fallimento. Corviale è questo: un luogo (anche suo malgrado) simbolico. Da quando negli anni ‘ 70 fu progettato da Mario Fiorentino, che provò a incarnarvi quell’ utopia dell’ edilizia popolare in spazi collettivi, secondo il modello dell’ Unité d’ Habitation di Le Corbusier a Marsiglia. Ma questo spirito idealistico si era già trasformato nel suo opposto prima che gli appartamenti venissero consegnati agli assegnatari Iacp: la città-che-doveva-essere-modello (con mille famiglie ad abitare in verticale; e una sorta di agorà tutta sviluppata su un piano – il quarto – con negozi, botteghe, teatri~) per anni ha invece significato il sinonimo contrario: degrado, periferia, disagio, alienazione. Come Le Vele a Secondigliano, lo Zen a Palermo, Quarto Oggiaro a Milano, come Laurentino 38 a Roma, i prodotti critici di amministrazioni comunali distratte, incompetenti o malamente datesi in pasto ai palazzinari. L’ ostilità è stata tale da dar vita a leggende metropolitane come quella che diceva che il Palazzone toglieva l’ aria a Roma, impedendo con la sua mole il flusso rinfrancante del Ponentino; oppure l’ altra che voleva che Mario Fiorentino fosse morto d’ infarto alla vista del suo figlio frankesteiniano completato. E ovviamente da vent’ anni non è mai mancato chi ha pensato di fare tabula rasa, e abbatterlo Corviale. Ci provano, ci provano ancora, magari per ragioni di campagna elettorale, soprattutto alcuni esponenti di An (che la additano come macchia inespiabile dei comunisti di allora), ma anche architetti importanti come Massimiliano Fuksas, che ogni tanto torna ad intonare: «è un disastroso elemento di rottura, bisognerebbe tirarlo giù e ripristinare una delle più belle colline di Roma».

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Fatto sta che oggi il palazzo-quartiere ha più di vent’ anni, e invece del deserto di strutture e servizi, ecco c’ è un centro anziani, una biblioteca, un centro di formazione professionale, un incubatore d’ impresa, comitati di varia natura, circoli, associazioni, compagnie teatrali, centri sportivi, eccetera: e quindi quell’ immagine

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stereotipata di incubo urbano non è più esattamente rispondente. Okay, c’ è l’ atavico problema del malfunzionamento degli ascensori oppure quello della pulizia delle scale, ma chi vive qui non si vergogna più di ammettere che viene da Corviale – lo testimoniano bene i risultati del questionario che l’ Osservatorio di quartiere ha proposto a cinquecento inquilini e che sarà pubblicato a giorni. Insomma, pare che

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finalmente si sia creato un amalgama sociale, un’ identità, una coesione. Diciamo una comunità. Dove proprio la questione dell’ appartenenza era stata fin dall’ inizio uno dei nodi problematici: il fatto era che gli assegnatari delle case non erano blocchi legati in nessun modo, erano famiglie che avevano ricevuto lo sfratto, chi a Boccea, chi a Ostia, ma anche a San Giovanni, o in pieno centro storico. La disomogeneità era dunque

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originaria, e forse soltanto ora che esiste una seconda generazione di corvialini, si

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può pensare di re-immaginare Corviale. Eccoci, non si tratta soltanto di riqualificare, ma di Immaginare Corviale, come si chiama il progetto che – in nome di bassa fedeltà allo spirito utopico della costruzione – vede coinvolti l’ assessorato del Comune di Roma alle Politiche per le periferie, allo sviluppo locale, al lavoro; la Fondazione Olivetti; il Laboratorio territoriale. Si tratta di capire innanzitutto come gestire uno spazio difficilmente organizzabile, come elaborare una concezione della vita condivisa più che pubblica, un’ idea rinnovata rispetto a quella ideologica “dall’ alto” del progetto di Fiorentino. Ripartire dalle microtrasformazioni realizzate negli anni dagli inquilini (le occupazioni e le autocostruzioni del quarto piano, ad esempio) e dalla capacità “dal basso” di immaginarsi in uno spazio comune, di reinterpretare un modello sociale e abitativo. Cosa vuol dire? Per esempio: decostruire mentalmente il molosso, provare a ragionare su una gestione meno unitaria, dividere Corviale in realtà più piccole, autonome, umane. O anche: inventarsi una street tv, un network televisivo condominiale, TeleCorviale. O ancora: ospitare un laboratorio permanente di produzione artistica, visto che questo palazzo ha da sempre attirato artisti, fotografi, videomaker (un lavoro mirabile era per esempio compreso in site specific_roma 04 di Olivo Barbieri presentato all’ ultimo Festival di Fotografia a Roma: le sue immagini fluttuanti, “marziane”, facevano sembrare il palazzo il segno di una civiltà scomparsa o lontana, una presenza magnetica, prodigiosa, come il monolite di 2001 Odissea nello spazio). L’ ultima volta che ripasso a Corviale è un paio di settimane fa, una giornata di quella sospensione del tempo che è l’ agosto romano. Sono con un mio amico dei Castelli e di fronte a questo palazzo in cui non siamo amici di nessuno, con le serrande chiuse e ogni tanto qualche bambinetto che ci sogguarda con sufficienza, sembriamo veramente due attori comici in pensione, due personaggi inediti di Soriano. Lui ha lo sguardo mezzo svagato mezzo tagliente di chi, in questa confidenza data dalla stanchezza, butta nell’ aria questioni sul Mondo, l’ Amore, mi chiede che ne penso dell’ Inizio e della Fine delle Cose; io ho una tendinite devastante che mi fa urlare a ogni passo

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e mi spezza le frasi prima di cominciarle, cerco di argomentare il fatto che sono idiosincratico alla parola stessa “fine”, ma appunto non riesco a completare un discorso che mi devo sedere su qualche panchina a massaggiarmi. Allora, ciondoliamo per i garage, scommettiamo con tre ragazzini quale dei quattro ascensori funzionerà, ci scoliamo un litro d’ acqua minerale che compriamo allo spaccio nel sovrascala, passiamo davanti a qualche scritta in cui si dice che qui regnano Sergio e Fra’ e davanti a un’ altra che dice che no qui regna Yanez, sfiliamo per il quarto piano continuamente interrotto da cancelli e inferriate, proviamo a cacciare il muso in appartamenti che sembrano dei loft con un una selva tropicale dentro, ci affacciamo dai ballatoi con lo sguardo che perpendicolarmente si infrange sul cemento a vista dei piani sottostanti, saliamo al nono piano giusto per ricordarci quanto entrambi soffriamo di vertigini. E quando riscendiamo verso la macchina perché giustamente così non posso andare avanti a fare iiiih per

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la gamba dolente, mi metto lì a guardare per l’ ennesima volta in vita mia questo palazzo talmente simbolico che forse potrebbe fare da metafora a tutto. Anche per le storie d’ amore, no? Un grande progetto idealista iniziale~ tante difficoltà di manutenzione~ piccole improvvisazioni giornaliere~ la convivenza con i difetti e il tentativo di trasformarli~ Ehi, il futuro promette bene per Corviale, semplicemente questo vorrei dirgli al mio amico. – CHRISTIAN RAIMO

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A Corviale nuovo centro commerciale

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Repubblica — 07 marzo 2007 pagina 8

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sezione: ROMA

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foto che Andrea Jemolo ha realizzato a Corviale, lo spettatore avrà restituito il chilometro del “serpentone” di Mario Fiorentino. Ma l’ operazione del fotografo romano – reporter specializzato nell’ architettura del ‘ 900 – non è mimetica rispetto all’ edificio che, fin dal 82, è al centro di polemiche per le condizioni di vivibilità. Bensì sintetica e interpretativa. Muraglia di cemento rimasta tale anche perché non sono stati mai portati a termine i servizi e gli spazi collettivi, Corviale appare come organismo in perenne trasformazione. Ecco allora la facciata animata da lenzuola coi delfini appese accanto a tovaglie variopinte, l’ insegna della sezione dei Ds o le superfetazioni dell’ abusivismo. La stampa su carta cotone al 100% esalta la resa dei dettagli di questa installazione prodotta in unica copia. “Corviale piano di zona n.61”, Teatro Palladium, piazza Bartolomeo Romano 8, ingresso gratuito, da martedì a domenica (ore 16-20).

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(carlo alberto bucci)

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