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Andrea Riccardi: oggi Gesù abita nelle periferie

// aprile 16th, 2017 // No Comments » // articoli di giornale

Esce il libro di Andrea Riccardi.
Nel volume lo storico esplora la nuova frontiera della Chiesa nel mondo globale
Vivere il Vangelo tra la gente dei quartieri degradati, l’impegno indicato dal Papa.
Pubblichiamo un estratto dal saggio dello storico Andrea Riccardi «Periferie. Crisi e novità per la Chiesa» (Jaca Book), che esce giovedì 7 aprile. Un viaggio nelle realtà marginali che si richiama agli appelli di Papa Francesco.

La condizione umana è cambiata rapidamente nel XX secolo: ai primi del Novecento solo un decimo degli abitanti del mondo viveva nelle città, soprattutto nel Nord America e in Europa, mentre nel 2030 si prevede che quasi il 60% della popolazione mondiale sarà urbana. Il pianeta è una realtà ormai urbanizzata: nel secolo scorso si è avviata la grande svolta, che ha invertito il rapporto tra città e campagne. Nel 2007, in pieno processo di globalizzazione, per la prima volta nella storia umana, gli abitanti delle città hanno superato quelli delle campagne: il mondo è divenuto essenzialmente urbano. Ma tutto questo è avvenuto in modo molto particolare: gran parte della popolazione delle città vive ormai nelle periferie. Paolo Sellari osserva che le città del Terzo Mondo tendono a riprodurre la dialettica centro-periferia che in larga parte caratterizza ancora oggi il mondo socio-economico, non solo nei centri urbani ma in interi Paesi.

La periferia caratterizza in profondità il mondo contemporaneo con agglomerati che si addensano attorno alle città. Infatti il processo di urbanizzazione globale induce un fenomeno caratteristico della città contemporanea: la cosiddetta slumizzazione. Nel 2003, il 71,9% della popolazione dell’Africa subsahariana vive negli slum. Questa è la condizione urbana più diffusa nel continente: quella di periferico. A livello mondiale gli abitanti degli slum accolgono oggi il 31,6% della popolazione. È un popolo enorme. Un mondo che non ha voce, ma riceve costanti messaggi da un centro («mediatico»), che attrae verso standard di vita peraltro non praticabili. I periferici sono un popolo di «esclusi», che vengono continuamente sollecitati e messi a contatto con modelli non raggiungibili.

I problemi concreti posti dal rapido cambiamento della condizione di vita della popolazione mondiale sono numerosi: da quelli inerenti agli approvvigionamenti alimentari, a quelli della diminuzione o dell’inquinamento delle risorse idriche, alla difficoltà dei trasporti urbani (inadeguati o estremamente carenti in alcune città), agli ovvi, ma drammatici, problemi del lavoro. La realtà umana e sociale della città del XXI secolo è fortemente diversa da quella della città novecentesca. La presenza di grossi agglomerati di proletariato (quindi di periferici) nella città novecentesca spesso era in rapporto dialettico o conflittuale con il «centro» attraverso la realtà della lotta politica e sindacale, ma in fondo si ritrovava — pur in contrapposizione — all’interno di un orizzonte comune. Attraverso lo scontro e la politicizzazione delle aspirazioni della periferia, si veniva a creare un processo integrativo.

Oggi è molto diverso. Le periferie, che sono molto più integrate da un punto di vista di comunicazione rispetto a quelle del secolo scorso, sono invece distaccate e non rappresentate da un punto di vista sociale e politico. Qui spesso le reti sociali sono scadenti o assenti. Il controllo sugli spazi urbani periferici risulta complesso e difficile, tanto che vaste aree — specie nelle megalopoli — finiscono sotto il dominio di mafie e di cartelli internazionali o nazionali del crimine.

La città del XXI secolo è sempre meno una comunità di destino. Anzi, mentre una parte di essa viene assorbita nei flussi globali e procede sulla via dell’internazionalizzazione, un’altra resta ai margini e fuori dai circuiti di integrazione, se non sprofonda in una condizione di isolamento. Sono i quartieri abbandonati dove spesso le persone vivono per l’intera esistenza e dove forse i figli faranno la stessa vita dei genitori. L’universo delle megalopoli si è strutturato in modo che molto spazio abitato diventi luogo di esclusione. La megalopoli produce costantemente periferie urbane e periferizzazioni umane. Di fronte a questa realtà, specie nel Sud del mondo, lo Stato e le istituzioni sovente rinunciano ad un controllo reale di questi spazi. Diventa un mondo perduto, in cui i drammi umani e sociali si annodano con reti criminose e ribellismi endemici, nel quadro di una cultura della sopravvivenza.

Il cristianesimo — su impulso di papa Bergoglio — ha la possibilità di comprendere in modo nuovo la condizione umana e urbana del XXI secolo. Certo questo processo richiede profondi cambiamenti. Non è più possibile affrontarlo con la mappatura territoriale, tipica di altre età, fortemente influenzata dal mondo delle campagne, che divideva lo spazio in circoscrizioni predefinite. L’idea stessa di territorio come habitat esclusivo dell’uomo e della donna è rimessa in discussione dalla mobilità umana e dai trasporti, oltre che dalle comunicazioni via internet. Il sistema pastorale si rivela inadeguato.

Dopo il Vaticano II, sulla scorta del rinnovamento dell’eccelesiologia, si è molto insistito sulla dimensione della Chiesa locale, ma è stato un rinnovamento a metà. La Chiesa locale, a sua volta, ha spesso una visione centralistica che non dà spazio alle periferie. Non basta dividere le diocesi e rendere il centro più prossimo alle periferie. Occorre suscitare nuove realtà cristiane nelle periferie, accettandone la storia e la configurazione. Non tutto può essere programmato dal centro. E la diversità delle esperienze cristiane sullo stesso territorio non significa competitività. Il vero punto focale è quello di un cristianesimo inserito nella cultura e nella realtà urbana, soprattutto, delle periferie.

Papa Francesco, parlando ai superiori generali delle comunità religiose, ha fatto un’importante affermazione: «Io sono convinto di una cosa: i grandi cambiamenti della storia si sono realizzati quando la realtà è stata vista non dal centro, ma dalla periferia. È una questione ermeneutica: si comprende la realtà solamente se la si guarda dalla periferia, e non se il nostro sguardo è posto in un centro equidistante da tutto».

La «chiave ermeneutica» di Franceso non è un progetto di riforma della Chiesa attraverso strutture più decentrate. È una proposta che va recepita e realizzata con costruttività, inaugurando o continuando percorsi nelle periferie e con una visione dal basso. Bisogna infatti chiedersi che cosa significa vivere il Vangelo in un mondo urbano globale così cambiato, anzi vorrei dire in una «civiltà» per tanti aspetti nuova, come quella introdotta dalla globalizzazione. Per compiere questa operazione così importante, che rappresenta un passaggio storico, occorre dislocarsi nelle periferie come vissuto cristiano e come punto di partenza per un’intelligenza della realtà. Non si tratta di una posizione ideologica, ma di ripensare una storia che può e deve ricominciare da queste posizioni e di maturare una visione in questi ambienti.

Il tema delle periferie e quello della città globale segnano un passaggio fondamentale da una concezione ecclesiastica della Chiesa e della pastorale, che faticosamente e con contraddizioni ha provato a recepire il Concilio Vaticano II, a una concezione di Chiesa di popolo. Non si tratta certo di sottovalutare il ministero sacerdotale, ma di non concentrare in esso tutta la responsabilità pastorale (come si fa generalmente, nonostante i tanti discorsi di segno contrario e quelli ricorrenti contro il clericalismo). Si deve far emergere un popolo che, nella sua complessità e interezza, sia capace di comunicare il Vangelo, di viverlo nelle periferie delle città, di dar origine a percorsi cristiani diversi, anche se convergenti nell’unica grande famiglia della Chiesa.


La periferia che Andrea Riccardi incontra agli inizi della sua esperienza nel 1968, ancora studente, è, dice “una specie di rivelazione. Un mondo al contrario, ma non solo. un mondo umano, violento ma anche straordinario”.

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Andrea Riccardi: oggi Gesù abita nelle periferie

// aprile 16th, 2017 // No Comments » // articoli di giornale

L’interesse politico è capire se il Movimento 5 Stelle nella capitale — con evidenti riflessi nazionali — abbia capacità di governare o sia stato un ascensore sociale per personale eterogeneo

Andrea Riccardi su Corriere della Sera

Il governo di Roma è in affanno. Doveva essere un inizio di rinnovamento. Ma ci si ritrova impantanati. L’attenzione di questi giorni si concentra su Virginia Raggi e sulla sua giunta. L’interesse politico è se il Movimento 5 Stelle a Roma — con evidenti riflessi nazionali — abbia capacità di governare o sia stato un ascensore sociale per personale eterogeneo. Alle elezioni amministrative, il Movimento ha intercettato una vasta domanda dei romani, delusi dal Pd, che ha messo insieme ambienti assai eterogenei nella capitale. Tuttavia il problema non può essere personalizzato su Virginia Raggi, che si spera entri presto in azione. Tutti si rendono conto del pericolo: che si ripeta quanto è avvenuto a Marino. Sarebbe drammatico: le urne potrebbero dare risultati sorprendenti, oltre che sancire un ulteriore distacco dei romani dalla politica. Molti ora si augurano che la Raggi ce la faccia. Ma i problemi, che la giunta si trova ad affrontare vengono da lontano. La capitale ha bisogno di governo e cambiamenti, perché è una della città italiane che ha maggiormente mutato pelle negli ultimi decenni.

Roma, a differenza di molte città, si è formata con ondate successive d’immigrati: non ha un carattere identitario forte. La stessa parlata romanesca è molto cambiata dagli anni Settanta-Ottanta. Roma, in qualche modo, è la città più «italiana» di tutte e meno localmente caratterizzata. La coesione è venuta dalle istituzioni dello Stato, il più grande datore di lavoro a Roma, attorno a cui si è creata gran parte di quel ceto medio, oggi in difficoltà. Ceto medio e statali, per molti aspetti, si sovrapponevano. Roma si è molto identificata con la «Repubblica dei partiti». L’integrazione degli immigrati specie del Sud nelle periferie urbane ha visto come attori decisivi le reti della Dc, le sezioni del Pci e la Chiesa. Attraverso queste reti si è formata anche la classe dirigente romana fino all’elezione diretta del sindaco.

 Questa svolta è stata un’occasione positiva per Roma. Negli anni dei sindaci Rutelli e Veltroni, dal 1997 al 2008, una leadership forte ha coniugato le spinte innovative con una forza che veniva dal patrimonio politico del passato. Tutto questo si è dissolto. Non basta ora reclutare un nome, più o meno noto, per candidarsi a governare la città. La macchina capitolina è inceppata tra una contraddittoria pletora di dipendenti e carenze gravi di personale. Inoltre, come in altre burocrazie, si è determinata oggi una qualche paralisi amministrativa: i funzionari tendono ad assumersi sempre meno responsabilità. Per non parlare delle aziende partecipate. Intorno a Marino si è aperto il vuoto. Succederà qualcosa di simile alla Raggi?

Non è augurabile. Ogni sindaco, al di là delle sue capacità, imbrigliato tra pressioni contrastanti, non può far finta di stare alla testa di una macchina che funzioni e che si è dimostrata troppo permeabile a interessi mafiosi (il pericolo non è archiviato). Come riformarla? E’ un problema di lungo periodo, che bisogna porsi: va oltre il governo ordinario. Roma, con le sue dimensioni e istituzioni, non può candidarsi però a essere una città globale. E poi questa Roma non è amata dai suoi cittadini. E’ percepita lontana dalla gente nei problemi quotidiani: dai trasporti alla nettezza urbana, al traffico… I romani si sentono altrove tra difficoltà e solitudini dei tanti ambienti periferici. Proprio nelle periferie e nelle sue solitudini, le reti mafiose possono proporsi come un supporto nel quotidiano, perché nel vuoto sociale non si vive. Questa è una permanente fragilità della città.

Il grande problema è il divorzio tra il Campidoglio e la società. La società non è più quella delle periferie alla metà degli anni Settanta, portate compatte dal Pci alla conquista del Comune. E’ frammentata e disarticolata. Chi mira all’eccellenza si rifugia in nicchie. Non esistono veicoli per convogliare consensi ed energie su una visione del «bene comune». Non c’è politica. Roma è arrabbiata, ma non si muove né «per» né «contro». Forse i romani sono uniti solo da un diffuso atteggiamento, fatto di scontento per la città, ma anche di affannata difesa del proprio «nido». S’investe sulla propria casa, ma tutto intorno lascia a desiderare. Si cerca di ridurre il più possibile l’uso personale del pubblico e del comune, come nei trasporti o nella sanità. Si tratta di rivolte individuali verso una città percepita come matrigna, che diventano un modo di vita. Tra l’altro, una città, vissuta così, ha scarse capacità d’integrazione per il mezzo milione di non italiani d’origine che abita qui, il 12,7% della popolazione (tra cui 100.000 musulmani).

Eppure Roma, in cattivo stato e penalizzante secondo chi la abita, è tanto amata nel mondo e dai turisti. Questi sono aumentati (del 77% dal 2000), nonostante visitare Roma sia più defatigante che vedere Parigi. Qualche flessione ci può essere, ma la capitale conserva un’attrazione e, in tante parti del mondo, resta un mito. Forse i romani amano poco la loro città o rinunciano a sperare in un destino comune, considerandola ormai uno sfondo all’intreccio delle loro esistenze. C’è un grave problema di società civile. Per questo, nonostante la necessità del miglior governo cittadino possibile, non si può guardare solo al Campidoglio, ma anche ai romani. Senza un processo di ricomposizione che riparta dalla società civile, il governo finirà per essere lo specchio dei romani.

Una città come Roma non può vivere senza idee, visioni, aspirazioni condivise. La giunta Raggi entri presto nel vivo dei problemi, com’è suo dovere. Non basta, se però qualcosa non si muove nella società e tra i romani. Lo storico tedesco, Theodor Mommsen, nel 1871, chiedeva preoccupato a Quintino Sella: «Ma che cosa intendete fare a Roma?». E ammoniva la nuova classe dirigente: «a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti». Aveva ragione. Da troppo stiamo a Roma senza propositi cosmopoliti, ma anche con poche idee. Che intendiamo fare di Roma?

http://www.corriere.it/cultura/16_settembre_14/a-roma-servono-idee-a82c8508-79d2-11e6-8c12-dd8263fa3b6d.shtml

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Andrea Riccardi: oggi Gesù abita nelle periferie

// aprile 16th, 2017 // No Comments » // articoli di giornale

Roma è un grande problema. Non basta trovare un nuovo sindaco per risolverlo. Chiunque sia, non sono possibili magie che cambino in profondità la situazione. Si è infranto da tempo un tessuto civico e politico. La classe dirigente è svanita. Si è creato un “mondo di mezzo”, trasversale, che media tra istituzioni, gente, servizi, denaro… in una logica mafiosa.

I partiti sono finiti (non solo a Roma). Anche le “eccellenze”, presenti in largo numero nella città, vivono spesso in tane protette, più che formare classe dirigente e società civile. Roma è parcellizzata. La gente si sente lontana dalle istituzioni. Basta guardarla dalle periferie, laddove essere romani è un’esperienza labile. Per questo lancio l’idea di una Costituente per Roma. Bisogna ricostituire il senso di un destino comune e di una comunità urbana. Non c’è solo spaesamento personale e politico.

Obiettivamente Roma ha dimensioni eccessive: sette volte Milano come estensione, mentre è la più grande città italiana, una delle più grandi in Europa e il più vasto comune agricolo del continente. C’è bisogna di una riforma, che porti gli amministratori vicino ai cittadini e crei dimensioni vivibili del governo.

Le istituzioni e la burocrazia del Comune vanno radicalmente riformate. Tutto questo non potrà farlo un uomo o una donna nella solitudine insidiosa del Campidoglio, anche se sorretti dal voto. E mi chiedo quanti romani andranno a votare alle prossime elezioni.

Una Costituente può fare ripartire la città, bloccata da un crescente immobilismo. Si può, si deve cominciare presto con chi è disponibile a lavorare per il bene comune. Bisogna ricostruire laboratori di classe dirigente, in cui convergano persone di ogni competenza e orientamento, per disegnare una riforma. Si deve creare una corrente di passione civica e di speranza, perché migliori questa città, così malconcia anche nell’aspetto urbanistico.

Migliorare e non costantemente decadere. Roma è la capitale nazionale. Ospita una Chiesa – con il Papa – a cui un miliardo e 200 milioni di cattolici guardano. È prossimo il Giubileo della misericordia. Ma Roma è ripiegata e senza fiducia nel futuro. La nostra città non può vivere per se stessa e senz’anima. Roma è una città-mondo e bisogna ridarle dignità di fronte al mondo.

Andrea Riccardi su Huffington Post

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Le periferie sono rimaste troppo a lungo fuori dalla porta. Proprio nel tempo in cui Francesco ricorda che bisogna ricominciare da lì. Roma non è mai stata razzista. Bisogna ricostruire il tessuto umano e culturale della periferia.

Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Roma è in una grave crisi. Questo è anche un problema per il Paese. La corruzione (bipartisan) fa notizia da giorni. Ci si chiede quale sarà l’ampiezza degli ambienti e il numero delle persone toccati da questa “associazione a delinquere di stampo mafioso”. Una parte della politica romana è stata inquinata. La politica si è rivelata prigioniera d’una bolla, incapace di radicamento vero, permeabile a operazioni che hanno visto agire insieme malavita, politici, burocrati, imprenditori.

Immigrati e periferie

Non sarà facile ricostruire la politica a Roma. Non si tratta di qualche aggiustamento di facciata. La corruzione ha toccato temi delicati: i rifugiati, i rom, le problematiche sociali. Quando si discuteva di questo, giocavano interessi occulti, che nulla avevano a che fare con la realtà. Un membro della cupola ha detto: «Altro che traffico di droga. Non hai idea che guadagno c’è con gli immigrati».

Una parte importante della crisi di Roma sono le periferie. A Tor Sapienza c’è stato un attacco d’un gruppo violento a un centro per rifugiati. È un atto della strategia della tensione nelle periferie e di altri processi oscuri. A Tor Sapienza i cittadini non ce la fanno più. Ma il motivo è un altro: non i rifugiati, ma la mancanza di lavoro, le scarse corse dell’autobus, i pochi negozi, il traffico di droga, la poca illuminazione… È il degrado della periferia romana su cui non si investe. Non è storia di qualche mese, ma di qualche anno.

Roma non è mai stata razzista. Il problema è che la città sta divenendo “liquida”, senza soggetti, comunità, corpi intermedi in periferia.

Bisogna ricostruire il tessuto umano e culturale della periferia. Ci vuole una grande iniziativa per una rinascita di Roma che coinvolga le periferie. Quest’anno ricorrevano i quarant’anni dal grande convegno sui “mali di Roma” voluto nel 1974 dal cardinale Poletti.
Emerse il sogno di una città inclusiva delle periferie. Le periferie sono rimaste troppo a lungo fuori dalla porta. Proprio nel tempo in cui papa Francesco ricorda che bisogna ricominciare da lì. Se non si riparte dalle periferie di Roma, ogni operazione resterà estranea alla vita dei romani.

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Nel grattacielo orizzontale più lungo d’Europa, un chilometro di lunghezza per nove piani di altezza, vivono 8mila romani

ROMA – «Abbattere Corviale!» Slogan niente male, pronipote diretto di quel Futurismo che partì da un Manifesto esaltante («canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche…» eccetera). Ma, come qualsiasi gesto destinato a colpire facilmente l’immaginazione proponendo un mondo lontano dalla realtà, l’abbattimento di Corviale resta ciò che abbiamo detto: uno slogan. Nient’altro.

Con l’aggravante che quel grido e quel punto esclamativo, richiamati dall’assessore Teodoro Buontempo già al momento del suo insediamento alla Pisana, quindi sin dall’inizio della giunta Polverini, hanno (volutamente?) distolto l’attenzione, e probabilmente molti fondi, da ciò che è più lontano dalla semplificazione di uno slogan: un progetto di riqualificazione, un piano di ripensamento. Operazione che affonda le sue radici nella realtà.

Prospettiva che dunque richiede lavoro, attenzione, capacità di interrogarsi e di analizzare. Di saper finanziare il giusto. Molto faticoso. Altro che Futurismo minore. Perché Corviale non è un’astrazione ma la complessa concretezza della vita di ottomila romani che abitano nel grattacielo orizzontale più lungo d’Europa, un chilometro di lunghezza per nove piani di altezza.

Continua a leggere sul Corriere della Sera, 29/10/2012

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In una stanza di periferia collegamenti web con altre città per il progetto United Roofs: ecco come trasformare le superfici piane dei palazzi in spazi verdi da coltivare

ROMA – Corviale sul tetto del mondo. Un tetto verde stavolta per creare una nuova rete sociale ed ecologica. Si chiama United Roofs, la rete globale dei tetti, un movimento, un progetto scientifico che collega Corviale con New York, Pechino e Termoli. Di che si tratta?Oggi in una stanza di Corviale chiamata dai residenti «la nostra stanza Nato», l’associazione Corviale Domani si è collegata tramite internet con progetti gemelli: con il Green Olympic Village di Pechino, il Cinema Lumiére a Termoli e le Roof Top Farms del Green Infrastructure Grant Program di New York. Per festeggiare l’evento c’è stata una grande festa sulle terrazze dello sterminato blocco di cemento costruito 35 anni fa, un tetto che sembra una pista di atterraggio.

Coltivare il tetto di Corviale. Si tratta del lancio dei primi nodi di una Rete globale, che sfruttando l’ecosistema digitale trasforma la rigenerazione degli ecosistemi urbani in un vero e proprio sogno condiviso ad occhi aperti. «Corviale si candida ad essere il più grande orto pensile, Roof Top Farm, del mondo da mostrare all’Esposizione Universale di Milano 2015, per nutrire il pianeta nell’era del nuovo urbanesimo» spiega Pino Galeota, di Corviale Domani. La Rete attualmente è composta da Università del Molise, di Bari, di Roma, di Ancona, di Torino, di Firenze, che con l’Ater e Corviale Domani stanno provando a costruire modelli di sperimentazione sul tetto di Corviale.

Continua a leggere su Il Messaggero, 23/03/2012

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Detrattori di terra, cielo e mare… udite, udite: un altro calcio è possibile. E’ un mondo sommerso, alternativo a scandali e scommesse. E’ il calcio del terzo settore, fatto da squadre senza scopo di lucro, associazioni, fondazioni e onlus che agiscono all’ombra dello sport più praticato e discusso.

Dopo la tragedia del centrocampista di Lazio e Nazionale ucciso in una gioielleria di Roma nel 1977, nasce la Fondazione Luciano Re Cecconi, ricevuta in Vaticano da Papa Giovanni Paolo II e poi in sostegno di vedova e figli del tifoso Vincenzo Paparelli (morto allo Stadio Olimpico in un derby di sangue del 1979). La Fondazione Gabriele Sandri opera invece nella Biblioteca del Calcio, prima e unica nella Capitale: per non dimenticare Gabbo promuove un premio di letteratura calcistica, il Festival Nazionale della Cultura del Calcio, la rassegna artistica Calcio d’Arte e i Gruppi Volontari Donatori Sangue Gabriele Sandri, accreditati nei centri trasfusionali di otto nosocomi italiani.

Al Bagna, tifoso del Parma, è dedicata la Fondazione Matteo Bagnaresi. Dall’Emilia aiuta meno abbienti, ragazzi in età scolare e bambini brasiliani del Poxorèu, nel Mato Grosso. Dall’amore per un figlio prematuramente scomparso, incentivando buone pratiche sportive, a Piacenza c’è l’Associazione William Bottigelli, presieduta da mister Eusebio Di Francesco. Sono romane la Fondazione Giorgio Castelli e l’Associazione Alessandro Bini. La prima, per la prevenzione di malattie cardiovascolari, è intitolata al sedicenne calciatore del Real Tor Sapienza morto in allenamento per arresto cardiaco. La seconda, in ricordo del quattordicenne del Cinecittà Bettini scomparso urtando il bocchettone di un impianto idrico sul terreno di gioco, incentiva campagne di sensibilizzazione per la sicurezza sui campi di base.

Da Scampia a Corviale, dal S. Elia (Cagliari) a Montevarchi (Arezzo), 400 ragazzi di ogni età sono nel progetto CalcioSociale, promosso dall’omonima no profit per il recupero di disagiati e giovani disabili. Nel reatino l’Associazione Rieti Immigrant Onlus lotta per l’integrazione degli immigrati con tornei di calcio multietnico, mentre a Varese la Fondazione 7 Novembre adotta un progetto di Calcio Balilla per persone con disabilità motorie.

Andrea Fortunato è stato difensore di Juventus, Como, Genoa e Pisa. Morì per leucemia nel 1995, all’apice di carriera e fama. Una biblioteca e un museo del calcio ne custodiscono il sorriso a Castellabate (Salerno) grazie all’Associazione Fioravante Polito Onlus, che annualmente assegna il premio Lo Sport è Vita, il 27 Febbraio in Campidoglio.

Io, se potessi, scenderei in campo adesso, su un prato o all’oratorio. Perché io amo il calcio”, scrive su internet l’ex attaccante di Fiorentina e Milan Stefano Borgonovo. Ammalatosi di Sla, sclerosi laterale amiotrofica detta morbo di Lou Gehrig, con la Fondazione Borgonovo è il testimonial della battaglia contro quella che – dai più – viene considerata la malattia dei calciatori, degenerazione all’uso di sostanze dopanti. Per la ricerca scientifica si muove la Fondazione Vialli e Mauro, mentre per l’assistenza alla cura dei tumori, supportata da un’equipe di oncologi dell’Italian Trials in Medical Oncology e del Centro su Carcinoidi e Tumori Neuroendocrini, c’è la Fondazione Giacinto Facchetti, già dirigente e bandiera dell’Inter. Invece l’attuale colonna nerazzurra, Javier Zanetti, con la moglie guida la Fondazione Pupi, adozioni a distanza nelle aree povere dell’Argentina.

Anche i club si stanno adeguando: i più titolati al mondo hanno la Fondazione Milan, c’è l’ufficio Charity della Juventus e nello staff grigiorosso spicca Cremonese per il Sociale. In ambito culturale si muove la Fondazione Genoa 1893: tra i carrugi del centro di Zena ha allestito il museo del vecchio grifone rossoblù. Sulla scia dei mondiali di Italia ’90 anche la Fondazione Museo del Calcio ne gestisce uno, ma a Coverciano (Firenze): è interamente azzurro, mentre mostre per soli aficionados viola sono dell’Associazione Museo Fiorentina Onlus. Approvato lo statuto nel Consiglio Comunale di Torino, la Fondazione Stadio Filadelfia preserva la memoria granata nel progetto di ricostruzione del leggendario stadio del Grande Toro. MyRoma, azionariato popolare dei giallorossi a Piazza Affari, negli atenei della Regione Lazio finanzia una borsa di studio per laureandi che discutono tesi sul calcio. Infine c’è Milano Siamo Noi Onlus, unione d’intentanti tra alcuni ultras di Milan e Inter, impegnati a valorizzare il tifo organizzato delle curve meneghine. The show must go on.

da Il Fatto Quotidiano, 30/01/2012
di Maurizio Martucci

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Andrea Riccardi: oggi Gesù abita nelle periferie

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Passati in rassegna i problemi più rilevanti di un territorio popolato quanto il comune di Reggio Emilia

Riportiamo l’intervista gentilmente rilasciata da Gianni Paris, Presidente del XV municipio al suo ultimo mandato.
 
Il Municipio XV è popolato quanto il comune di Reggio Emilia. Quartieri come la Magliana, il Trullo o Corviale  nell’immaginario collettivo sono considerati quartieri  poco sicuri.  Si tratta di pregiudizi fondati o di leggende metropolitane?
 
Assolutamente la seconda. Anzitutto sono quartieri popolari densamente abitati. In questo senso Corviale rappresenta davvero un “unicum” a livello nazionale. Quartieri che non meritano l’immagine che il resto della città  e del paese ha di loro; pagano il prezzo di un pregiudizio dovuto a fatti che con essi non hanno mai avuto niente a che fare (si veda la banda della Magliana) ma ha che tuttavia hanno segnato un’etichetta. Si tratta di quartieri popolari che, invece, dimostrano una grande umanità, una grande capacità di autorganizzazione, di lotta sulle questioni civili e ciò che hanno ottenuto è frutto dell’impegno collettivo, dell’organizzazione delle proteste; quartieri che, anzi, nel tempo hanno acquisito gli anticorpi per le zone vicine della città in cui certi fenomeni sono diffusi. In questi anni, per ribaltare questa idea, io ho lavorato molto puntando su due aspetti fondamentali: lo spirito identitario e il senso di appartenenza. Perché più ci si sente orgogliosi del quartiere che si abita e più lo si rappresenta e si vive meglio.
Alla Magliana è stata realizzata una possente opera di riqualificazione. In primo luogo operando sull’elemento centrale, vale a dire con la realizzazione della piazza dove, per miracolo, tra tanti palazzoni era rimasto uno spazio vuoto; una piazza faticosa perché si è trattato di eliminare 300 posti auto in una zona dove non ci sono garage e che  presenta una densità importante con i suoi di 30 mila abitanti. Una  piazza, la piazza Fabrizio De Andrè, che è diventata luogo umano e di incontro (uno spazio di cui tutti i quartieri non centrali avrebbero bisogno) e che oggi è stracolma di persone che la vive in tutte le sue forme e consente lo svolgersi di numerose iniziative di  tipo sociale, culturale, sportivo e ricreativo. Il fatto di averla intitolata a Fabrizio De Andrè  ci ha consentito, dall’anno successivo, di organizzare il Premio dedicato al cantautore scomparso: un evento importante anche a livello nazionale (unico Premio ufficiale dedicato a De Andrè), con la presenza in giuria di Dori Ghezzi. Inoltre, abbiamo istituito una scuola di musica, realizzato la fermata metro FR1 Fiumicino-Fara Sabina, aperto due nuovi  asili nido, recuperato notevoli spazi di verde per i cittadini. Tutte cose importanti per far parlare della Magliana in modo diverso dai giornali e dall’opinione pubblica
 Analoga cosa è stata fatta a Corviale, dove la proprietà del palazzone non è del Municipio ma della Regione. Un quartiere che abbiamo fatto uscire da quell’isolamento culturale e simbolico che gravava su di esso realizzandogli attorno la sede del Municipio col suo Consiglio municipale, l’ufficio tecnico e l’ufficio anagrafico, il gruppo dei vigili urbani, un impianto di rugby, una grande biblioteca, un centro di formazione professionale. Tutte decisioni che hanno conferito al quartiere una grande importanza e costretto negli anni la popolazione a recarsi lì per sbrigare una pratica, scoprendo un quartiere diverso da quello raccontato e mettendo in pista una contaminazione positiva che oggi, anche di Corviale, fa parlare in altro modo. Riguardo al giudizio estetico sul palazzone non sta alla politica stabilire se un palazzo è bello o brutto: la politica deve occuparsi delle ricadute sociali che, eventualmente, quel tipo di gesto architettonico produce.
 
Il problema della sicurezza è stato percepito a lungo come fenomeno legato alla microcriminalità causando colpevoli ritardi nella lotta alla grande criminalità e alle mafie che inquinano libero mercato e concorrenza. Ci sono sul territorio presenze riconducibili a tali fenomeni? Quali sono le iniziative di contrasto che, nel caso, può assumere il Municipio? 
 
Un terreno molto delicato quello della sicurezza. Il nostro sindaco ha vinto le elezioni puntando  sul terrorismo psicologico e politico, rappresentando una città sull’orlo del baratro. Promettendo agli elettori grandi interventi di carattere risolutivo ha voluto infondere sensazioni di maggior sicurezza, la cosiddetta sicurezza percepita rispetto a quella reale. Mi pare che ci troviamo di fronte a un clamoroso fallimento della sua politica, non solo perché Alemanno non aveva gli strumenti necessari, ma perché aveva dato del fenomeno una lettura distorta. Roma, nonostante tutto, rimane la città più sicura tra le grandi capitali europee. Sembra chiaro come il sindaco abbia tradito in pieno la fiducia che gli elettori gli avevano dato. Io penso che il fenomeno sicurezza vada affrontato tenendo distinte le funzioni e le responsabilità: le forze dell’ordine, anche se in accordo con la politica devono garantire sistemi di sicurezza legati alle loro funzioni; poi, alla politica spetta un altro compito, che non è quello di dire al prefetto dove  mandare i cellulari, ma operare nei quartieri per creare quelle condizioni di sicurezza preventiva che contrastano l’affermarsi di situazioni di insicurezza. Ciò attraverso l’attivazione di servizi, punti d’incontro, illuminazione delle strade, attraverso le presenze organizzate dei cittadini. Perché laddove si partecipa la sicurezza è sempre maggiore; se si rimane rinchiusi dentro casa la sicurezza, in qualche modo (sia la sicurezza reale che quella percepita), viene meno. Neppure su questo l’Amministrazione non ha fatto nulla di sensato. Nel mio Municipio, in questi anni, se pensiamo al Trullo, l’unica risposta data all’incendio del bar dei romeni (una risposta qualificante per quel quartiere) è stata proprio quella del Municipio, con l’attivazione di un centro giovanile di aggregazione. Abbiamo fatto una cosa simile a Corviale e alla Magliana, aggredendo queste situazioni delicate con gli strumenti della politica. Ma siamo stati soli, nessuno ha investito un euro per contrastare eventuali fenomeni di degrado. Se poi pensiamo alla questione dei campi nomadi, siamo di fronte a una vera tragedia. Noi avevamo in via Candoni  il miglior campo nomadi della capitale al quale, tra l’altro, ha fatto visita anche il presidente della repubblica romeno di passaggio a Roma. Il Campidoglio ha pensato  bene di chiudere Casilino 900 e di trasferire, senza preavviso nè organizzazione, una quota di quei rom nel campo di via Candoni. Sommandoli ha creato una situazione di ingestibilità, con la presenza di centinaia di persone in più rispetto a quelle previste, sciupando un clima di distensione e mandando all’aria un accordo che funzionava davvero. Tutto ciò, oltre al pullulare di insediamenti abusivi e spontanei nel territorio, triplicati rispetto al 2008 e di fronte ai quali non si riesce a fare nulla, se non attuare sporadici interventi di sgombero senza prospettive che fanno spendere risorse importanti, tra cui le decine di milioni che la comunità europea ha messo a disposizione della città,  per risolverlo, il problema, non per spostarlo da un’altra parte.
 
Si  dice che una delle grandi insidie per le cosiddette “nuove povertà” è rappresentata  dall’usura, fenomeno che non colpisce solo la persona ma l’intero tessuto economico. Esistono sportelli antiusura nel Municipio XV?
 
Abbiamo costruito una rete di commercianti organizzati, con i quali abbiamo un dialogo costante, e abbiamo spinto altri ad organizzarsi, in modo da rappresentare un unico soggetto con cui dialogare. Nessuna richiesta di questo tipo è finora è venuta da loro. Il fenomeno comunque c’è e noi cerchiamo di contrastarlo con una serie di iniziative, soprattutto nella zona Marconi, che mirano a non farli sentire soli. Anche per dare il segnale, a chi pensa di utilizzare l’usura come strumento di arricchimento, che dietro quel commercio c’è un’ istituzione.
Questa domanda,  alla quale ha già parzialmente risposto, si ricollega alla prima. Risulta che in alcuni quartieri del Municipio sia in atto un positivo fermento socio-culturale e sportivo promosso dalla società civile (operatori, associazioni, comitati) per la riqualificazione  e il  miglioramento della qualità della vita nel territorio. Quale ruolo svolgono (o hanno svolto) le istituzioni, e quindi il Municipio, per favorire e sostenere tali tendenze.
 
Sì, un po’ le cose dette prima… Oltre alla puntualità con la quale siamo presenti alle sollecitazioni che ci vengono dall’associazionismo, noi garantiamo tre istituzioni di alto livello. Il teatro del Municipio, l’Arvalia, nato per richiamare l’attenzione su un territorio che si organizza per produrre un’offerta culturale di alta qualità, con un cartellone molto interessante  e che da anni ce la mette tutta per non sopperire alle difficoltà strutturali; l’apertura di una scuola musicale, in cui vengono praticati prezzi, davvero popolari, che riescono a mantenere l’eccellenza della docenze; uno spazio museale e convegnistico come il Mitreo. Tre iniziative che la dicono lunga su come il Municipio intende la politica culturale. Più che spendere su cose effimere, magari di bell’impatto ma che la mattina dopo ci lasciano solo lattine vuote e cartacce per terra e ognuno rimane privo di quelle opportunità di crescita culturale, sportiva, musicale, noi abbiamo preferito investire su qualcosa di strutturale, che resta e dà i suoi frutti nel tempo.
 
Il nuovo Piano Regolatore prevede uno sviluppo urbanistico importante nel suo Municipio. Crede che tale scelta sia compatibile con uno sviluppo sostenibile, con la tutela del territorio adeguatamente infrastrutturato per accogliere i nuovi previsti insediamenti?
 
Il  Piano Regolatore è nato in anni in cui il Municipio aveva voce in capitolo e le sue posizioni, in Campidoglio, venivano ascoltate. Quindi, quel Piano Regolatore è anche il frutto della nostra elaborazione. Noi siamo stati il Municipio che ha prodotto emendamenti che per il loro numero rappresentano più della metà degli emendamenti complessivi. Devo dire che abbiamo veramente studiato, scandagliato il territorio, sia per capire dove c’erano i margini per maggiori insediamenti o dove un nuovo insediamento avrebbe rappresentato una chance per i vecchi, magari abusivi; sia  in termini di servizi che in termini infrastrutturali.
Abbiamo votato la variante delle certezze, che ha fatte salve vaste aree di verde, e  potuto imporre la strategia di una mobilità sostenibile attraverso il nostro Piano Regolatore  della ciclabilità.
Io sono dell’idea che Piano Regolatore regola e nel regolare dà sì, all’imprenditore e ai privati, la possibilità di crescere, produrre nuovi beni e nuova ricchezza, ma se l’Amministrazione non mette in campo una sapiente opera di contrattazione o di finanziamento di servizi e infrastrutture adeguate a sostenere quello sviluppo, tutto salta in aria. E’ vero che nel Municipio arriveranno cubature importanti. E noi, tra l’altro, ci siamo fatti carico anche della “compensazione” di Tor Marancia: una decisione “subìta” ma accettata responsabilmente perché oggi il parco di Tor Marancia si può fare. Però, se poi vengono tradite le aspettative ci troveremo costretti di nuovo a fare proteste, a organizzare i cittadini, a raccogliere quello che non va.
 
Qual è la posizione del Presidente e della sua Giunta rispetto alla proposta del governo Monti di eliminare i compensi per le cariche municipali dalla prossima consigliatura?  E’ in atto nel Municipio un’azione diretta alla riduzione dei “suoi” costi della politica?
 
Ciò non è più vero perché l’emendamento fatto elimina anche per la prossima legislatura questa possibilità. Ho ritenuto sacrosanto (e lo riterrò nel futuro) fare un’opera di dissuasione laddove, paradossalmente, davanti a costi e sprechi della politica coloro che venivano colpiti erano proprio quelli che lavoravano dalla mattina alla sera sul territorio di cui sono espressione, per sanarne i conflitti e i ritardi. L’essere considerati la casta del paese faceva davvero male, per cui è questione di dignità, non di economia, e soprattutto è questione  legata alla considerazione che la politica deve avere dello sviluppo della città. Perché azzerare i compensi significava azzerare il decentramento. Questa giunta pensa e agisce in modo incoerente. Se pensa che Roma deve essere gestita dal centro e non può essere gestita da Municipi che forniscono solo carte d’identità, sarebbe errore clamoroso, che si tratti di Municipi di centro destra o di centro sinistra L’unica strada prevedibile per sanare i gravi ritardi di  Roma nella sua organizzazione è uno spinto decentramento. Se  si crede di lavorare sui tagli andando a colpire la base, come al solito si fa un grave errore. Dopodiché, se ci fosse stato un ragionamento complessivo, dal Presidente della Repubblica all’ultimo dei consiglieri, ognuno avrebbe fatto la sua parte, sapendo di stare dentro una politica di risparmi condivisa. Il Municipio fa la sua parte. Noi siamo un municipio virtuoso, che fa un uso equilibrato d tutte le risorse assegnate: non rimandiamo mai indietro un euro in economia; da anni abbiamo il tetto fotovoltaico su l’impianto pubblico più grande di Roma; abbiamo lavorato per creare sistemi di recupero dei crediti, senza fare cose straordinarie, ma che però hanno prodotto dei risparmi e quindi un arricchimento consistente per la popolazione durante questi anni.
 
Lei, secondo la legge, non essendo più rieleggibile, ha già annunciato che si candiderà a ricoprire la carica di consigliere nella prossima Assemblea capitolina. Quanto è importante per un Municipio avere un referente in Campidoglio? Vista la sua esperienza quali suggerimenti darebbe al prossimo candidato a presidente del centro sinistra che verrà presentato nel XV Municipio?
 
E’ stata un’esperienza faticosa ma appassionante, avvincente, colma di soddisfazioni. Ma tutto il patrimonio di questa esperienza lunga e profonda sono pronto a considerarlo non sufficiente per far bene anche in Campidoglio. A chi mi succederà raccomando soprattutto una grande, grande passione: senza passione questo lavoro così faticoso non si fa; di saper leggere dall’alto le dinamiche di trasformazione del territorio; di avere un’idea di città quando si amministra una città come il XV municipio, e quindi di non accontentarsi mai; di primeggiare negli interventi di modernizzazione e sperimentazione. Solo così una città come Roma va avanti,  solo quando si cerca di guardare oltre la linea dell’orizzonte.
Ritiene che i candidati alla presidenza del Municipio, almeno quelli  del centro sinistra, debbano essere scelti attraverso le “primarie”?
Per le cariche istituzionali le “primarie” sono il giusto strumento, purché non se ne esasperi il significato. Penso che il centro sinistra dovrebbe dar vita a “primarie” anche nel Municipio: “primarie” serie, condivise, che non siano luogo di conflittualità ma di arricchimento per tutti.
Dopo 15 anni di governo del Municipio che lettera scriverà ai cittadini  per salutarli?
Innanzitutto scriverei un arrivederci, non un addio. Se ci saranno le condizioni per svolgere un ruolo in Campidoglio continuerò ad occuparmi del territorio perché  è il mio territorio, ne sono figlio, lo abito, ne sono affezionato. L’appello che mi sento di fare è di non sprecare quello che è stato fatto, anche se molto c’è ancora da fare; soprattutto di non perdere di vista la nuova caratura che ha assunto in questi anni il Municipio, anche grazie a un’opera di marketing territoriale. Faccio due esempi: la nuova sede della Fiera di Roma e il Teatro India. Per la sua posizione strategica, ospitando l’asse più importante che è la Roma-Fiumicino, il Municipio XV è stato capace di attirare grandi investimenti. In questi anni, quando si pensava che con lo sdo Roma si dovesse sviluppare a est,  noi abbiamo imposto alla città un radicale cambiamento di posizione, affermando che il collegamento con il mare e l’aeroporto non poteva considerarsi secondario.  Il nostro  lavoro è stato premiato e ora questa nuova caratura del Municipio è patrimonio di tutti, sia per chi siede in Consiglio che per coloro che lo abitano e lo vivono. E dobbiamo lavorare tutti insieme affinché questo patrimonio non vada dissolto.
da abitarearoma.net, 28/01/2012
di Alvaro Colombi

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Andrea Riccardi: oggi Gesù abita nelle periferie

// aprile 16th, 2017 // No Comments » // articoli di giornale

Si parla, sempre più spesso,  di smart city.  Sarà questa una delle parole chiave del prossimo Forum Digitale in Sala Borsa a Milano il 7 febbraio. Come anche del progetto TecArtEco che tra Como, Lugano e Gallarate si sta interrogando sugli scenari dell’ecologia urbana.

Si tratta di città intelligenti non solo per i servizi evoluti ma per la capacità di sollecitare partecipazione attiva. E’ uno dei nodi del nostro tempo, dati gli scenari di crisi grave per la transizione in atto, va trovato il modo per qualificare l’attenzione verso lo spazio pubblico. E’ su questo terreno che c’è da intraprendere dei nuovi percorsi di socializzazione che possano ammortizzare l’urto della crisi, promuovendo inclusione e opportunità di auto-organizzazione.
Per rendere possibile questa partecipazione è opportuno inventare però nuove forme d’iniziativa. In tutti questi anni abbiamo visto tanti interventi, dalle feste ai concerti, disseminando nelle piazze manifestazioni d’ogni sorta, portando spettacolo nelle città. Forse è il caso di fare qualcos’altro, ribaltando quel concetto, sotto il segno della sostenibilità: misurandoci con lo spettacolo delle città. Esplorandole, riscoprendole, valorizzandole. Ottimizzando le risorse pre-esistenti.

E’ questo il lavoro che sta facendo da qualche anno, a Roma, Urban Experience con happening radioguidati che approfondiscono la memoria condivisa dei luoghi, dinamizzano eventi di urbanistica partecipativa, esplorano complessi urbani d’estrema periferia.
Così come s’è fatto qualche giorno fa a Corviale, per una passeggiata radioguidata notturna (partita a mezzanotte!) in uno dei condomini più grandi d’Europa, lungo un chilometro.

Lo chiamano anche il “serpentone” perché si snoda, trasversale alla via Portuense che porta verso il mare, in una massa edificata che ha del totemico, un paradosso post-metropolitano.
Quella esplorazione ludico-partecipativa s’è svolta nell’ambito del Corviale Urban Lab , combinato con un evento di  creatività giovanile promosso da MarteLive che ha ospitato anche un intervento di  Workinproject.

L’azione era stata anticipata nel dicembre scorso, di mattina, con i  i bambini delle scuole elementari con cui era stato realizzato nel 2010 un geoblog: una mappa emozionale basata su Googlemaps e composta dalle fotografie e le registrazioni audio con la regia dei mediamaker di Portobeseno. E’ grazie ad un intervento simile che s’è conquistata la fiducia del quartiere che ha permesso un happening in un orario cosi estremo (mezzanotte) in una periferia così estrema.
La passeggiata radioguidata, definita walk show, era basata su soluzioni whisper radio che ha permesso al centinaio di esploratori urbani di ascoltare in cuffia le conversazioni con chi abita quel condominio concepito per tanto tempo un mostro urbanistico. Un mostro che oggi si rivela come un bell’organismo pulsante di vitalità e riscatto sociale.

Il percorso radioguidato ha avuto come voci guida alcuni conduttori di Urban Experience, esperti di storia dell’arte di Workinproject, architetti di Amatel’architettura, rappresentanti delle associazioni e delle comunità del quartiere come Corviale Domani. Lungo l’itinerario sono stati utilizzati dei mobtag, codici digitali che permettono agli smart phone di linkare a dei video che hanno documentato un particolare percorso emozionale. Repertori già inseriti nel geoblog delle “microstorie” di Corviale: l’esperienza già avviata da Urban Experience nel 2010, con un’attività di animazione multimediale che ha coinvolto i bambini delle scuole elementari di Corviale.
Tra i repertori video in streaming, da ascoltare in cuffia e proiettati (con un piccolo videoproiettore portatile) sui muri mentre si esplora il Serpentone, sono apparse anche le documentazioni dell’attività educativa svolta da Workinproject per CorvialeUrbanLab, sempre con i bambini del quartiere, attraverso il restyling ludico-creativo delle architetture di Corviale.

Sul socialnetwork di Urban Experience, Giulio scrive: “Contro l’abbandono e il degrado c’è solo una risposta, vivere la città, calpestarla, darle uso regalandole valore e significato.(…) si  ricostruiscono i frammenti della città, con i piedi, calcando e calpestando il suolo di asfalto e cemento, ricongiungendo il filo delle sue connessioni, rilanciando la piattaforma naturale dell’urbe nello spazio del pensiero, nella rete delle idee.”
da Tiscali Notizie, 26/01/2012
di Carlo Infante

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Andrea Riccardi: oggi Gesù abita nelle periferie

// aprile 16th, 2017 // No Comments » // articoli di giornale

L’evento inaugurale presso “il Mitreo” venerdì 20 gennaio 2012

Venerdì 20 gennaio 2012 prende il via la quarta stagione di “Corviale Urban LAB” , il primo laboratorio d’arte a 360° realizzato grazie al sostegno dell’Assessorato alle Politiche Culturali di Roma Capitale in collaborazione con il Municipio XV. L’evento inaugurale (non poteva essere diversamente) si terrà presso “il Mitreo” , simbolo di un nuovo modo di pensare il quartiere e la periferia.

Ospiti della serata, che inizierà alle 21.00 con la consegna di riconoscimenti speciali ad alcuni artisti emergenti, saranno “L’Orchestraccia a Pezzi” e Adriano Bono, il quale, tra l’altro, vestirà i panni del conduttore. Il programma si prevede denso di interessanti e originali performances artistiche. Da quelle di Alessio Fralleone e Madame Decadent, che coloreranno la scena con esibizioni di “live painting, a quelle della “Compagnia Can Bagnato” con la loro Performance di danza con tempesta di e con Eugenio Vito. Non mancherà l’arte circense, rappresentata dalla “Compagnia della Settimana Dopo” che porterà in scena lo spettacolo Sur place di e con Luca Di Luca.

A conferma del carattere multidisciplinare del progetto in mostra anche i pittori Andrea Cardia, Rocco Cerchiara, Silvia Pelissiero, il fotografo Angelo Cattolico, gli artigiani Fabrike Recikled (Raul Rodriguez) e Livia Tedeschi, nonchè la stilista Barbara D’Altoè
Dopo le 22.00 il pubblico si ritroverà presso la galleria de “il Mitreo” dove l’Associazione culturale “WorkinProjet” organizzerà un torneo a squadre di Trivial Pursuit, il celebre gioco da tavolo per l’occasione riveduto e corretto (ogni materia sarà strettamente collegata a Corviale e alle sue storie).

Per finire, a partire dalle 24, “Urban Experience”, sulla scia del successo riportato un mese fa, riproporrà una passeggiata radioguidata lungo il Serpentone, una sorta di “walk show” attraverso uno dei condomini più estesi d’Europa.

Come si vede, la sfida di Roma Capitale, con l’impulso del Municipio XV, di trasformare l’intera zona di Corviale in un distretto culturale aperto alla collaborazione e alla fruibilità di tutti i cittadini, continua decisa. In nome di una lotta al degrado e della valorizzazione dei numerosi spazi che, fatto straordinario, presentano nel quartiere una rara dotazione di strutture edilizie particolarmente adatte per attività artistiche, culturali e dello spettacolo (basti pensare al citato “il Mitreo”, il centro d’arte contemporanea con i suoi 900 metri quadrati di spazi espositivi, alla sala Consiglio attrezzata con spalti gradinati semicircolari in grado di accogliere 250 persone o al piccolo anfiteatro all’aperto di 300 posti).

Del resto, che il quartiere disponesse di un eccellente potenziale di risorse per il recupero urbano e sociale, se n’era accorto anche Alemanno che proprio qui, a Corviale, aveva iniziato la sua campagna elettorale.

da Abitarearoma.net, 19/01/2012
di Alvaro Colombi