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Buontempo su Corviale, evitare speculazioni politica su pelle abitanti

// novembre 21st, 2011 // No Comments » // articoli di giornale

(Adnkronos) – In sostanza, continua Buontempo, ”pur ribadendo che faremo fino in fondo il nostro dovere per ottemperare agli atti dovuti, non possiamo non rilevare che e’ quanto meno inquietante pensare che gli spazi del quarto piano di Corviale, che secondo il progettista dovevano essere al servizio della comunita’, sono stati sottratti a tutti gli altri cittadini che abitano a Corviale nella piu’ assoluta impunita’”.

“Proprio questi cittadini sarebbero costretti a subire la beffa di non vedere soddisfatti i loro diritti e vedere, invece, la pubblica amministrazione spendere circa 7 milioni di euro per far diventare abitazioni da assegnare agli occupanti abusivi quegli spazi che invece dovevano rimanere liberi”, precisa.

”Il confronto e’ aperto – conclude Buontempo – come assessore regionale sono disponibile a tutti gli incontri possibili, ma sono altresi’ determinato a ‘non dare spago’ a coloro che Corviale lo hanno voluto, lo hanno fatto costruire con una tipologia edilizia che e’ una vera e propria vergogna per Roma, a coloro che Corviale non hanno invece saputo gestire e che oggi, approfittando di una politica debole, vorrebbero utilizzare per cercare un improbabile consenso elettorale, senza dare risposta ai seguenti quesiti: chi abita in quegli appartamenti chiusi, che neanche le forze dell’ordine hanno potuto aprire? Dove verrebbero collocate le 120 famiglie occupanti abusive del quarto piano durante il periodo dei lavori da svolgere? Chi garantisce che, mentre si fanno i lavori, quegli appartamenti non vengono occupati di nuovo? Chi garantisce che il censimento sia stato fatto sugli abitanti reali del quarto piano?”.

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Gli abitanti del Serpentone denunciano:«Dopo anni di attese erano disponibili 23 milioni ma è tutto fermo»

ROMA – Hanno attaccato diecimila manifesti con scritto: «Giunta Polverini, 18 mesi contro Corviale». E ancora: «I 23 milioni di euro devono essere spesi subito». È attorno a questa cifra, infatti, che si svolge l’ultima battaglia per la riqualificazione del mega-edificio sulla Portuense. Il 7 novembre i vari comitati – Comitato inquilini di Corviale, Corviale domani e Comitato di quartiere Magliana-Arvalia – hanno occupato la sede dell’ Ater, e l’8 novembre sono «in attesa di avere la convocazione ufficiale da parte di Rodolfo Gigli, presidente della commissione casa della Regione Lazio, che deve avvenire quanto prima» afferma Pino Galeota del coordinamento «Corviale domani». ANNI DI ATTESE – «Abbiamo occupato la presidenza dell’Istituto delle case popolari perché dopo anni erano finalmente disponibili questi fondi per la riqualificazione dell’edificio: ma a distanza di 18 mesi nessun intervento è iniziato – spiega Galeota – I ritardi e i silenzi, non attivando i lavori di ristrutturazione già finanziati ed approvati, sono atti criminosi perché danneggiano la nostra collettività in questo momento di grave crisi economica, lavori che significano riqualificazione del palazzo Ater di Corviale, sicurezza per i residenti, occupazione per i lavoratori e redditi per le imprese. Adesso prendiamo atto che la situazione è stata affrontata dal Commissario Ater Bruno Prestagiovanni. Finalmente c’è un luogo istituzionale dove poterci confrontare e verificare le assunzioni di responsabilità che spettano sia alle forze politiche regionali, le quali auspichiamo battano un colpo, che alle istituzioni, Presidente Polverini in primis».

Continua a leggere sul Corriere della Sera, 08/11/2011

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L’intervistaCritico il sociologo Fiasco «Si sono create barriere e spazi vuoti»

Maurizio Fiasco è un sociolologo che ha maturato il suo sguardo professionale anche mettendo a fuoco Roma e i suoi mali diventandone un grande conoscitore. Tor Bella Monaca è davvero un quartiere che per come è fatto favorisce il crimine? «Certo. È stato edificato secondo il modello dell’urbanistica del funzionalismo che appunto separa le funzioni dell’agglomerato, collocandole l’una distante dall’altra, ovvero distinzione dagli spazi residenziali». Cioè? «Da una parte il verde pubblico, dall’altra l’abitato, i servizi, i negozi. Si alternano spazi vuoti a spazi pieni». E invece come dovrebbe essere? «Bisogna tener conto delle cinque parole chiave: urbanistica, architettura, criminalità, insicurezza e paura. Punti cardini che hanno ispirato la Commissione Ue promotrice nel febbraio 2005 di una norma attuativa su come si deve organizzare lo spazio urbanistico per prevenire e trattare i fenomeni di paura e crimine. Il residente deve poter guardare sugli attraversamenti pedonali. Devono esserci una illuminazione adeguata, luoghi di incontro al centro del quartiere, negozi a livello della strada. Aiuole e opere murarie devono favorire l’occhio, il tessuto abitato deve essere costantemente frequentato e favorire una sorveglianza naturale. A Tor Bella Monaca è stato fatto accaduto l’esatto contrario. Ma la follia è stata pure un’altra». Quale? «Il quartiere ha subito un ulteriore svuotamento con la creazione di centri commerciali lungo il Raccaordo anulare, svuotando quindi l’area interna di Tor Bella Monaca. L’economia è precipitata con l’offerta si beni e servizi poco più in là». C’è qualcosa di positivo? «Certo. In 30 anni Tor Bella Monaca ha accresciuto il porprio capitale di socialità con associazioni, volontariato, comitati, luoghi di culto. Ora bisogna stare attenti a non commettere altri errori?». Per esempio? «L’idea di buttarla giù è un errore. Intanto passerebbero 15 anni per vedere la nuova. E poi il capitale sociale di cui parlavo verrebbe perso, bruciato». E allora come se ne esce secondo lei? «Servono riforme. Riportare i negozi al marciapiede, creare degli spazi per i pedoni e le attività di servizio. Si potrebbe affidare agli abitanti l’autogestione della piccola manutenzione edilizia, come riparazione d’intonaco e scale interne. È previsto da una legge regionale: invece di fare le gare di appalto si potrebbero attribuire le somme a coop di condomini». Tor Bella Monaca è un errore isolato? «È uno sbaglio in fotocopia: cis sono Corviale, i ponti del laurentino 38. Ma si sta continuando con la Bufalotta e le nuove costruzioni dietro al Torrino. L’esperienza non ha insegnato nulla». Fab. Dic.

Il Tempo, 01/02/2011

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(ASCA) – Roma, 21 set – ”Vera e propria emergenza e’ quella abitativa, non solo per le fasce tradizionalmente considerate piu’ deboli, ma anche per un’articolata serie di utenti portatori di nuove esigenze. Roma ha bisogno di dare risposte valide ad almeno 30 mila nuclei familiari che versano in situazione di forte disagio abitativo”. Cosi’ il presidente dell’Acer, Eugenio Batelli, in occasione dell’assemblea annuale dell’Acer, ponendo nel contempo un’altra esigenza: quella della riqualificazione delle periferie. ”Un problema – ha detto – da non sottovalutare: sono quasi un milione le persone che vivono le nostre periferie.” Di qui Batelli ha indicato le tipologie di periferia. ”Una prima tipologia – ha spiegato – e’ quella dove gli insediamenti sono nati spontaneamente, caratterizzati dalla mediocre qualita’ delle strutture edilizie, dalla mancanza di aree destinate a servizi e da un tessuto stradale inadeguato. Mi riferisco, ad esempio, alle zone di Montespaccato, Vermicino, Infernetto e Centocelle. Per queste periferie ritengo che la soluzione piu’ idonea sia quella della sostituzione edilizia, che consente un riassetto urbanistico funzionale di questi insediamenti. Questi interventi, pero’, non sono realizzabili con gli incentivi attualmente previsti dal Piano Casa Regionale, che non garantiscono il necessario equilibrio economico”. Altra tipologia di periferia ”Corviale, Laurentino 38 e Tor Bella Monaca, caratterizzate dalle scelte urbanistiche degli anni ’70, che hanno concentrato, in pochi siti, vasti interventi di edilizia popolare. Ritengo che questo modello di insediamento vada ripensato in funzione dell’esigenza di riorganizzare la vita sociale del quartiere.

Gli interventi da attuare, tra cui non si puo’ escludere la sostituzione edilizia, dovranno essere pertanto mirati alla realizzazione del nuovo modello”. E poi ”le periferie realizzate con gli interventi di edilizia agevolata del 2* PEEP, tipo Castelverde, Torraccia/Casalmonastero e Muratella, dove mancano strutture di servizio, pur essendoci aree destinate a tale funzione. Mi riferisco agli asili nido, alle scuole, ai centri per gli anziani, ai centri di aggregazione sociale e per la cultura, ai centri sportivi e alle strutture sanitarie” .

Bet/cam/ss

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Repubblica — 09 giugno 1999 pagina 3 sezione: ROMA

BLOCCANO la strada per potestare contro i ritardi dell’ Atac. Una folla inferocita da oltre novanta minuti in attesa del “98”, ha “sequestrato” quattro vetture arancioni, sopraggiunte tutte contemporaneamente. La manifestazione spontanea è avvenuta, ieri mattina, pochi minuti dopo le nove a via di Bravetta. Sotto accusa la linea che collega il Corviale a via Paola, una traversa di corso Vittorio. I quattro bus sono rimasti fermi per quasi un’ ora. Sul posto, oltre ai controllori dell’ Atac, sono intervenuti gli agenti del commissariato Monteverde. I vigili urbani, per l’ intasamento provocato su via di Bravetta, hanno dovuto disporre alcune deviazioni del traffico. Poi, gli agenti sono riusciti a calmare le persone e i bus sono, finalmente, partiti. I controllori nel frattempo avevano spiegato agli utenti che i ritardi erano stati causati dal guasto a catena dei quattro bus, rimasti fermi lungo il percorso. Sulla protesta degli utenti del “98” è intervenuto il deputato Verde Paolo Cento che ha sottolineato come troppo spesso gli abitanti delle periferie siano costretti a subire i disagi dovuti alla manzanza di serivizi di primaria importanza. “La protesta spontanea dei cittadini non deve essere sottovalutata dal presidente dell’ Atac” incalza il parlamentare ambientalista “deve costituire l’ occasione per potenziare i collegamenti tra questi quartieri e il resto della città”. “Gli abitanti di Corviale, Bravetta e Casetta Mattei” aggiunge Cento “sono stati infatti penalizzati dalla ristrutturazione dei collegamenti e per loro è spesso difficilissimo sia raggiungere il tram Casaletto-Largo Argentina, sia la sede circoscrizionale”. Il deputato ha anche sottolineato come l’ Atac stia, in effetti, migliorato il servizio: “I fatti di questa mattina, però, dimostrano che è necessaria un’ ulteriore verifica sulle linee che servono questi quartieri e un potenziamento della loro frequenza per evitare che situazioni di disagio si possano ripetere nei prossimi mesi”. Immediata la replica dell’ Atac. “Ai cittadini vanno le nostre doverose scuse. La loro è stata una protesta comprensibile” spiegano alla direzione di via Volturno “però ha aggravato ulteriormente i disagi per altre e più numerose persone che stavano aspettando anche loro alle altre fermate”. Sui guasti a catena, che, nel giro di poche ore, hanno messo ko i quattro bus della linea “98” è stata diposta un’ inchiesta. Le vetture sono state rimorchiate al deposito della Magliana e sottoposte alle verifiche tecniche. “Vogliamo essere sicuri di quello che è successo. Quattro guasti in un’ ora sono davvero troppi e a dir poco sospetti” precisano dall’ Atac “Da un punto di vista statistico, infatti, solo il venti per cento delle corse sopresse dipende da colpe interne l’ azienda, tra cui guasti, assenze improvvise di conducenti e altri disservizi. I motivi interni incidono mediamente con la perdita di una corsa su cinque”. Nel ‘ 97 il totale delle corse saltate ha raggiunto quota 101.873 mentre nel primo trimeste del ‘ 99 sono già 62.717: pari a cinquecentotrenta chilometri in meno. Secondo l’ Atac l’ ottanta per cento dei ritardi è dovuto a “cause esterne”: “Soprattutto ingorghi, cantieri e scioperi e, in misura minore, per i servizi messi a disposizione dei tifosi e dell’ autorità di pubblica sicurezza”. – di MARINO BISSO

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Repubblica — 04 settembre 2004 pagina 7 sezione: ROMA

Facevo la seconda media e il professor Scaramuzzino, educazione tecnica, mi parlò per la prima volta di Corviale. Me ne parlò come alle medie si parla del Mesozoico, di Marco Polo o della Via Lattea: un oggetto distante, quasi mitologico. Un palazzo enorme che era già rovina al momento della sua inaugurazione. Dev’ essere per questo motivo che la prima volta che mi sono avvicinato a Corviale, per curiosare non per altro, mi sono sentito un po’ colpevole. Mi pensavo un po’ come uno di quei giapponesi che allungano il percorso del tour organizzato e da San Pietro arrivano fin qui, per passare col pullman davanti al monstrum, al palazzo lungo un chilometro, al Serpentone, alla Navicella Spaziale, al Transatlantico, al Colosso. è davvero innegabile l’ attrattiva che esercita questo gigante edilizio adagiato sulle colline del Portuense, un’ attrattiva che riassume in sé lo spaesamento di non poter abbracciarlo con lo sguardo, il fascino kantianamente sublime della massa sterminata di cemento, e anche quella seduzione tutta contemporanea per l’ estetica del fallimento. Corviale è questo: un luogo (anche suo malgrado) simbolico. Da quando negli anni ‘ 70 fu progettato da Mario Fiorentino, che provò a incarnarvi quell’ utopia dell’ edilizia popolare in spazi collettivi, secondo il modello dell’ Unité d’ Habitation di Le Corbusier a Marsiglia. Ma questo spirito idealistico si era già trasformato nel suo opposto prima che gli appartamenti venissero consegnati agli assegnatari Iacp: la città-che-doveva-essere-modello (con mille famiglie ad abitare in verticale; e una sorta di agorà tutta sviluppata su un piano – il quarto – con negozi, botteghe, teatri~) per anni ha invece significato il sinonimo contrario: degrado, periferia, disagio, alienazione. Come Le Vele a Secondigliano, lo Zen a Palermo, Quarto Oggiaro a Milano, come Laurentino 38 a Roma, i prodotti critici di amministrazioni comunali distratte, incompetenti o malamente datesi in pasto ai palazzinari. L’ ostilità è stata tale da dar vita a leggende metropolitane come quella che diceva che il Palazzone toglieva l’ aria a Roma, impedendo con la sua mole il flusso rinfrancante del Ponentino; oppure l’ altra che voleva che Mario Fiorentino fosse morto d’ infarto alla vista del suo figlio frankesteiniano completato. E ovviamente da vent’ anni non è mai mancato chi ha pensato di fare tabula rasa, e abbatterlo Corviale. Ci provano, ci provano ancora, magari per ragioni di campagna elettorale, soprattutto alcuni esponenti di An (che la additano come macchia inespiabile dei comunisti di allora), ma anche architetti importanti come Massimiliano Fuksas, che ogni tanto torna ad intonare: «è un disastroso elemento di rottura, bisognerebbe tirarlo giù e ripristinare una delle più belle colline di Roma». Fatto sta che oggi il palazzo-quartiere ha più di vent’ anni, e invece del deserto di strutture e servizi, ecco c’ è un centro anziani, una biblioteca, un centro di formazione professionale, un incubatore d’ impresa, comitati di varia natura, circoli, associazioni, compagnie teatrali, centri sportivi, eccetera: e quindi quell’ immagine stereotipata di incubo urbano non è più esattamente rispondente. Okay, c’ è l’ atavico problema del malfunzionamento degli ascensori oppure quello della pulizia delle scale, ma chi vive qui non si vergogna più di ammettere che viene da Corviale – lo testimoniano bene i risultati del questionario che l’ Osservatorio di quartiere ha proposto a cinquecento inquilini e che sarà pubblicato a giorni. Insomma, pare che finalmente si sia creato un amalgama sociale, un’ identità, una coesione. Diciamo una comunità. Dove proprio la questione dell’ appartenenza era stata fin dall’ inizio uno dei nodi problematici: il fatto era che gli assegnatari delle case non erano blocchi legati in nessun modo, erano famiglie che avevano ricevuto lo sfratto, chi a Boccea, chi a Ostia, ma anche a San Giovanni, o in pieno centro storico. La disomogeneità era dunque originaria, e forse soltanto ora che esiste una seconda generazione di corvialini, si può pensare di re-immaginare Corviale. Eccoci, non si tratta soltanto di riqualificare, ma di Immaginare Corviale, come si chiama il progetto che – in nome di bassa fedeltà allo spirito utopico della costruzione – vede coinvolti l’ assessorato del Comune di Roma alle Politiche per le periferie, allo sviluppo locale, al lavoro; la Fondazione Olivetti; il Laboratorio territoriale. Si tratta di capire innanzitutto come gestire uno spazio difficilmente organizzabile, come elaborare una concezione della vita condivisa più che pubblica, un’ idea rinnovata rispetto a quella ideologica “dall’ alto” del progetto di Fiorentino. Ripartire dalle microtrasformazioni realizzate negli anni dagli inquilini (le occupazioni e le autocostruzioni del quarto piano, ad esempio) e dalla capacità “dal basso” di immaginarsi in uno spazio comune, di reinterpretare un modello sociale e abitativo. Cosa vuol dire? Per esempio: decostruire mentalmente il molosso, provare a ragionare su una gestione meno unitaria, dividere Corviale in realtà più piccole, autonome, umane. O anche: inventarsi una street tv, un network televisivo condominiale, TeleCorviale. O ancora: ospitare un laboratorio permanente di produzione artistica, visto che questo palazzo ha da sempre attirato artisti, fotografi, videomaker (un lavoro mirabile era per esempio compreso in site specific_roma 04 di Olivo Barbieri presentato all’ ultimo Festival di Fotografia a Roma: le sue immagini fluttuanti, “marziane”, facevano sembrare il palazzo il segno di una civiltà scomparsa o lontana, una presenza magnetica, prodigiosa, come il monolite di 2001 Odissea nello spazio). L’ ultima volta che ripasso a Corviale è un paio di settimane fa, una giornata di quella sospensione del tempo che è l’ agosto romano. Sono con un mio amico dei Castelli e di fronte a questo palazzo in cui non siamo amici di nessuno, con le serrande chiuse e ogni tanto qualche bambinetto che ci sogguarda con sufficienza, sembriamo veramente due attori comici in pensione, due personaggi inediti di Soriano. Lui ha lo sguardo mezzo svagato mezzo tagliente di chi, in questa confidenza data dalla stanchezza, butta nell’ aria questioni sul Mondo, l’ Amore, mi chiede che ne penso dell’ Inizio e della Fine delle Cose; io ho una tendinite devastante che mi fa urlare a ogni passo e mi spezza le frasi prima di cominciarle, cerco di argomentare il fatto che sono idiosincratico alla parola stessa “fine”, ma appunto non riesco a completare un discorso che mi devo sedere su qualche panchina a massaggiarmi. Allora, ciondoliamo per i garage, scommettiamo con tre ragazzini quale dei quattro ascensori funzionerà, ci scoliamo un litro d’ acqua minerale che compriamo allo spaccio nel sovrascala, passiamo davanti a qualche scritta in cui si dice che qui regnano Sergio e Fra’ e davanti a un’ altra che dice che no qui regna Yanez, sfiliamo per il quarto piano continuamente interrotto da cancelli e inferriate, proviamo a cacciare il muso in appartamenti che sembrano dei loft con un una selva tropicale dentro, ci affacciamo dai ballatoi con lo sguardo che perpendicolarmente si infrange sul cemento a vista dei piani sottostanti, saliamo al nono piano giusto per ricordarci quanto entrambi soffriamo di vertigini. E quando riscendiamo verso la macchina perché giustamente così non posso andare avanti a fare iiiih per la gamba dolente, mi metto lì a guardare per l’ ennesima volta in vita mia questo palazzo talmente simbolico che forse potrebbe fare da metafora a tutto. Anche per le storie d’ amore, no? Un grande progetto idealista iniziale~ tante difficoltà di manutenzione~ piccole improvvisazioni giornaliere~ la convivenza con i difetti e il tentativo di trasformarli~ Ehi, il futuro promette bene per Corviale, semplicemente questo vorrei dirgli al mio amico. – CHRISTIAN RAIMO